“Potevano vivere e incoronarsi. Vollero incoronarsi e morire.” Discorso di Gabriele D’annunzio tenutosi a Roma il 4 maggio 1919.

Questo è il testo del discorso tenuto all’Augusteo di Roma il 4 maggio 1919, in cui D’Annunzio incita il popolo a non accettare le condizioni dell’armistizio e dei trattati di pace, e rivendica l’annessione di Fiume all’Italia.

Vi sta nella memoria la sera del 13 maggio, quando tutto pareva perduto, quando eravamo sul punto d’esser venduti come una greggia infetta? Vi ricordate di quella voce che gettò l’allarme e non temette d’incitare alla violenza i cittadini?
«La storia vostra si fece nelle botteghe dei rigattieri e dei cenciaiuoli? Le bilance della vostra giustizia crollavano forse dalla banda ov’era posto un tozzo da maciullare, un osso da rodere? Il vostro Campidoglio era forse un banco di barattatori e di truffardi? La gloria vi s’affaccendava e ciangottava da rivendugliola? Non ossi, non tozzi, non cenci, non baratti, non truffe. Basta! Rovesciate i banchi! Spezzate le false bilance!»
Quella voce è la stessa che oggi vi parla. Ed è la stessa fede: ed è lo stesso ardore, lo stesso ardire.
Non lasciate il leale governo d’Italia ritornare verso quei banchi. Non date a pesare in quelle bilance il nostro sangue schietto.
In tale ardire è la nostra salute. Non in altro che nell’ardire oggi è la nostra salute, Italiani. Credetemi.
A NOI! […]

In una mattina dell’aprile recente, sul bivio solitario fu scoperto un monumento semplice, dedicato agli ultimi morti della guerra d’Italia.
Assisteva alla cerimonia severa, con i combattenti della Terza Armata, il Duca d’Aosta.
Pareva che l’odore del lauro funebre e trionfale si spandesse per tutta la landa tranquilla. Emanuele Filiberto di Savoia si scoperse, stette un poco in silenzio; poi disse con la sua voce magnetica: «Questi ultimi morti, che oggi onoriamo, al nostro cuore sono i più santi e i più belli. Veterani di cento prove, rimasti incolumi, giovinetti imberbi, frementi di speranze e di sogni, scagliarono l’anima oltre la morte, oltre il destino, consapevoli, nell’attimo stesso in cui la battaglia stava per essere interrotta! ».
Compagni, fratelli, bisognerebbe ascoltare in ginocchio il racconto. Era il principio di novembre. Rotta la fronte nemica, la Terza Armata avanzava nella pianura veneta con una celerità che di tratto in tratto rompeva le resistenze opposte dall’Austriaco per salvare almeno il grosso delle sue truppe e dei suoi carriaggi. La 23a Divisone dei Bersaglieri con i suoi quattro reggimenti – secondo e terzo della settima brigata, ottavo e tredicesimo della sesta – e con i Cavalleggeri di Aquila, avanguardia impetuosa, precorreva la vittoria.
La mattina del 4 novembre passò il Tagliamento sul ponte Madrisio mal distrutto; e proseguì con uguale impeto fino ad Ariis, travolgendo ogni contrasto. Le aprivano la via i Bersaglieri dell’ottavo reggimento e tre squadroni dei Cavalleggeri di Aquila.
Pareva che la rottura del ponte sul fiume Stella, operata dal nemico presso Ariis, e il tiro incessante delle mitragliatrici poste lungo la riva a sinistra, fossero per interrompere per la furia piumata. Ma, con l’aiuto del Cavalleggeri scesi di sella, i Bersaglieri riattarono il ponte sotto il fuoco, superando l’insidia, lasciarono dietro di loro i feriti e i morti, passarono oltre, incalzando le truppe magiare – tenace retroguardia d’una Divisione di ulani appiedati -, e le raggiunsero al bivio.
Bisogna inginocchiarsi.
Questi fanti d’Italia, questi cavalieri d’Italia sapevano che stava per scoccare l’ora dell’armistizio. Lo sapevano.
Avevano l’ardore in bocca, il vigore nel petto, il cuore palpitante. Erano giovani. Vivevano. Il diritto alla vita stava per essere ricollocata sul dovere del sacrifizio. Essi potevano ritenere nel loro pugno la loro sorte. L’ora stava per scoccare. Intendete fratelli?
Bisogna inginocchiarsi.
Essi erano inebriati dall’ansia di spingere la vittoria quanto più lontano fosse dato al loro soffio, sul suolo riconquistato, prima che quell’ora scoccasse e segnasse il termine raggiunto. Potevano vivere e incoronarsi. Vollero incoronarsi e morire.
Mancavano solo cinque minuti alle ore quindici quando i Bersaglieri dell’ottavo reggimento e i Cavalleggeri di Aquila raggiunsero il nemico al bivio di Paradiso.
Quivi era l’ultima resistenza. Quivi era l’ultima gloria dei combattenti,. Quivi era lo sguardo della Patria, quello sguardo che l’eroe sente sul suo cuore segreto, e il cuore gli balza.
Il nemico era protetto da fitte siepi di mitragliatrici che infilavano e spazzavano la strada. Chi ha combattuto sa che sia per il nudo coraggio l’insistenza rabbiosa della raffica. In un attimo fu deliberato l’assalto, fu deliberata la carica.
Inginocchiamoci.
La gente a piedi e quella a cavallo mossero in un solo impeto: lo squadrone di avanguardia nella strada, ai lati gli altri due. Il fante cercava di superare il cavaliere. Il cavaliere portava in groppa la potenza del fante. Mai fraternità d’armi fu più gloriosa.
Cedette all’urto fulmineo l’ultimo ostacolo che ci separava dalle terre profanate. L’ora scoccò. Il vinto alzò la bandiera bianca.
I nostri morti coprivano la polvere, coprivano l’erba. I nostri feriti sanguinavano, mordendosi i pugni nel rammarico della corsa interrotta. Tutti i muscoli degli assalitori frenati tremavano come tutte le penne della Vittoria.
Inginocchiamoci. Rialziamo quei morti. Gli ultimi saranno i primi, gli ultimi ci condurranno.
Sono i nostri Capi di oggi, sono i nostri condottieri di domani. Sono i condottieri del nostro orgoglio.

Una nazione che dà tali eroi può guardare l’avvenire come il campo riservato alla sua semenza. Chi avrà ragione della sua virtù e della sua gioventù?
Ecco un giovine Italiano, ecco un adolescente, Alberto Riva, della casata di Villa Santa, un Italiano di Sardegna, diciottenne. Suo padre era caduto nella battaglia il 7 giugno 1916. Quattro dei suoi consanguinei erano caduti nella battaglia. Al suo fianco un suo fratello era stato ferito. E non gli bastava.
Stirpe più che ferrea, silenziosa sublimità sarda, eroismo dalle labbra serrate, sacrifizio senza parola. L’isola non s’è risaldata al continente? C’è tuttavia il Tirreno tra noi e quel masso d’amore?
Al passaggio del Piave, al passaggio della Livenza, questo fanciullo aveva operato prodigi, conducendo il reparto d’assalto dell’ottavo reggimento di Bersaglieri. Il 4 novembre, all’ora precisa dell’armistizio, cadde anch’egli, alla testa dei suoi Arditi, colpito nell’atto del balzo, «per spingere la vittoria più lontano, per più accostarsi a quelli che ci aspettavano, a quelli che ancora ci aspettano».
Aveva diciott’anni. Ha diciott’anni. Ma è il nostro Capo. Dobbiamo seguirlo. Tutti lo seguiremo.
Ditelo. Gridatelo.
Romani, e c’era innanzi a tutti un cavaliere romano, il tenente Augusto Piersanti di Roma, ucciso, col suo cavallo, pochi attimi prima dell’ora.
Rialzatelo. E rialzate il suo cavallo. S’egli si rimette in sella, sa dove andare.
Avete inteso il suo nome? Tenetelo a mente. Non lo dimenticate più.
Augusto Piersanti di Roma volle morire per coprire del suo corpo e del suo amore a sua terra, qualche palmo più in là. La sua mano era impigliata nella criniera del suo fedele.
Non gli decretate una statua equestre. Non ha bisogno del bronzo per essere eterno. È più potente del metallo imperiale. È vivo. È un Romano vivo. Sarà sempre vivo, quando colui che qui fu ospite indegno avrà chiuso i suoi mille occhi ciechi di pavone insulso.
Lo zoccolo del suo cavallo scalpita le lastre romane. Il collo del suo cavallo, dalla criniera ingemmata del sangue di Paradiso, si tende verso le colonne romane, laggiù, a Spalato, nel palazzo dell’Imperatore.
Non l’udite? Nitrisce.
Laggiù, su le vie dell’Istria, su le vie della Dalmazia, che tutte sono romane, non udite la cadenza in un esercito in marcia?
I morti vanno più presto dei vivi.

E per tutto ritrovano essi i segni dei legionari.
Fuori la schiaveria bastarda e le sue lordure e le sue mandrie di porci!
Con le Aquile e col Tricolore, troncati gli indugi, rinnovato il suo maggio, un’altra volta dal Campidoglio si muove l’Italia.
A NOI!



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