LA CONDANNA A MORTE DI 1800 PRIGIONIERI DI GUERRA ITALIANI

LA
CONDANNA A MORTE DI 1800 PRIGIONIERI DI GUERRA ITALIANI


“La tragedia
della Laconia”

di Andrea David Quinzi

Era la notte del 12 settembre 1942, la nave inglese
‘Laconia’
navigava al largo della costa africana nei pressi
dell’isola di Ascensione. Si trattava di un transatlantico del 1922
della
Cunard White Star Line da 20.000 tonnellate,
al comando del capitano Rudolf Sharp, convertito dagli inglesi in un mercantile
armato adibito al trasporto delle truppe. La nave era salpata da Suez il
12 agosto con a bordo 463 tra ufficiali e uomini di equipaggio, 286 militari
inglesi, 103 guardie polacche, 80 tra donne e bambini, familiari di militari
britannici, e 1800 prigionieri di guerra italiani
(altra fonte indica: 136 di equipaggio, 268 soldati inglesi, 160 polacchi,
e conferma 1.800 prigionieri e 80 tra donne e bambini). I militari italiani
appartenevano alle divisioni
Ariete, Brescia, Pavia, Trento,
Trieste e Sabratha
(ex Verona), fatti
prigionieri nel luglio 1942 nella prima battaglia di El Alamein (le fonti
indicano più genericamente
“fatti
prigionieri nella battaglia di El Alamein”

generando l’equivoco che si possa trattare di quella più nota
dell’ottobre-novembre 1942).

Il mese di navigazione aveva messo a dura prova i nostri soldati, ammassati
in tre stive con razioni di viveri inadeguate e con appena due ore ‘d’aria’
al giorno, una al mattino e una alla sera, ma finalmente il viaggio stava
per terminare, ancora poche settimane e la nave sarebbe arrivata in Inghilterra.
Invece, la notte del 12 settembre, la Laconia finì nel periscopio
del capitano Werner Hartenstein al comando dell’U-Boot
156
. In relazione con le leggi di guerra osservate dall’Asse
e dagli alleati la nave era assolutamente un obiettivo militare: batteva
bandiera nemica, zigzagava come di norma a luci spente, e soprattutto era
armata, con due cannoni navali da 4.7" pollici, e sei cannoni antiaerei
da 3". Colpita da due siluri dopo un’ora e mezzo la nave si inabissò.

L’U-Boot emerse ed a questo punto si accorse che tra i naufraghi vi
erano dei soldati alleati italiani. Hartenstein parlò con due di
essi e, appresa la composizione dei passeggeri della nave nemica, diede
subito ospitalità ai feriti, alle donne ed ai bambini
,

ed il ponte del sottomarino si riempì di coloro che non avevano trovato
posto sulle scialuppe di salvataggio. Ma i naufraghi erano troppi ed il
comandante chiese istruzioni al suo comando: 13,9 – ATLANTICO VERSO FREETOWN
– AFFONDATO INGLESE LACONIA QU. F.F. 7721 – 310 – PURTROPPO CON 1800 PRIGIONIERI
ITALIANI – SINO AD ORA 90 SALVATI – COMBUSTIBILE 157 M3 – SILURI 19 – ALISEI
FORZA 3 – CHIEDO ORDINI”.

Informato dell’accaduto l’Ammiraglio Dönitz ordinò
il salvataggio dei naufraghi, con particolare riguardo agli italiani, e
dispose che altri due sommergibili in zona,
U-506
del capitano Würdemann e
U-507 del cap. Schacht,
partecipassero alle operazioni di salvataggio. Inoltre avvisò il
comando italiano che inviò sul luogo il sottomarino Cappellini,
al comando del Tenente di vascello Marco
Revedin
.

A questo punto bisogna suddividere
la vicenda nei due drammatici avvenimenti che la contraddistinsero: quello
dell’omicidio premeditato di centinaia di prigionieri di guerra italiani,
e quello dei sopravvissuti all’affondamento, rimasti per giorni in
balia delle onde. La tragedia più spaventosa, l’orrore più
grande, fu senz’altro il primo, che si svolse nei circa 60 minuti
trascorsi tra il siluramento e l’affondamento della nave, una vicenda
poco nota circondata ancora oggi da un vergognoso silenzio.

LA CONDANNA A MORTE DI 1800 PRIGIONIERI DI
GUERRA ITALIANI

Di tragici errori e di drammatici naufragi se ne verificarono purtroppo
a centinaia nel corso della Seconda Guerra Mondiale, con colpevoli e vittime
in entrambi gli schieramenti. Ciò che rende unico e particolarmente
odioso il disastro della Laconia è il fatto che in questo caso
la tragedia non fu né casuale né
inevitabile
. Ecco come essa venne riassunta con assoluta sinteticità
nel giornale di bordo del comandante Hartenstein: “Secondo
le informazioni degli italiani, gli inglesi, dopo esser stati silurati,
hanno chiuso le stive dove si trovavano i prigionieri. Hanno respinto con
armi coloro che tentavano di raggiungere le lance di salvataggio…”.

Da fonte non sospetta, uno storico americano, risulta che le scialuppe e
le cinture di salvataggio a bordo della
Laconia
fossero sufficienti per tutti i suoi passeggeri:
“Laconia
had enough lifeboats and rafts to support all 2,700 persons aboard her,
including the POWs.” [La Laconia aveva sufficienti scialuppe e galleggianti
per tutte le 2700 persone imbarcate, inclusi i prigionieri di guerra] (“Hitler’s
U-Boat War-The Hunted, 1942-1945”, Clay Blair jr.)
. Ciò
nonostante le guardie polacche ricevettero l’ordine di lasciare i
1800 prigionieri di guerra italiani chiusi nelle stive, condannandoli di
fatto ad una morte orribile e premeditata per affogamento.
Possiamo a malapena immaginare il panico ed il terrore che si impossessarono
di quegli uomini quando, davanti alle loro disperate richieste, videro le
sentinelle rifiutarsi di aprire le sbarre, negando loro anche l’ultima
speranza di sopravvivenza tra le acque dell’Oceano.

Le testimonianze su quei tragici momenti sono agghiaccianti, qualcuno dei
prigionieri tentò addirittura di suicidarsi battendo la testa contro
le pareti dello scafo. Con la forza della disperazione i reduci del deserto
si scagliarono contro i cancelli sbarrati, sebbene le guardie non esitassero
a respingerli a colpi di baionetta o a sparargli a bruciapelo. Oltre ai
racconti dei sopravvissuti la semplice evidenza del tipo di ferite riscontrate
su alcuni di essi confermano purtroppo i fatti.

Nel libro “Sopra di noi l’Oceano”,
di Antonino Trizzino, è riportata la drammatica testimonianza del
caporale Dino Monti: “Quelli che erano più
vicini alla grata, appena i morti e i feriti stramazzavano a terra, ne prendevano
subito il posto. La grata si torceva, si piegava sotto la loro pressione.
(…) Alla fine i nostri sforzi centuplicati dal terrore, dall’esasperazione,
dalla follia collettiva ebbero ragione della grata. Calpestando i caduti
ci lanciammo verso le scale.”
L’orrore proseguì
sul ponte della nave, dove venne fatto fuoco sugli italiani che cercavano
di trovare posto nelle scialuppe, e raggiunse il culmine tra le acque dell’Oceano
dove vennero trovati alcuni cadaveri di italiani privi delle mani. La spiegazione
è ancora nella testimonianza: “Quando
si aggrappavano alle scialuppe quei maledetti gli recidevano i polsi perché
non potessero più arrampicarsi. Urlavano come bestie sgozzate mentre
scivolavano in acqua senza più mani”
(Trizzino,
op.cit.).
L’emersione del sommergibile tedesco provocò la fine di questa
barbarie imponendo una difficile convivenza tra ex prigionieri ed ex carcerieri,
accomunati dalla comune condizione di naufraghi in balia delle onde. Tuttavia
è facile comprendere quali fossero i sentimenti, anzi i risentimenti,
degli italiani sopravvissuti nel ritrovarsi accanto i carnefici di pochi
minuti prima, e sapendo che sotto di loro giacevano i corpi gonfi di centinaia
di loro commilitoni.

Questa prima fase della tragedia, la più orribile, non solo non è
stata mai approfondita, ma ancora oggi viene taciuta come dimostra un esempio
emblematico. Il Dipartimento Storico della BBC, gloriosa e meritoria istituzione
culturale autrice di documentari televisivi di grande valore, in una recentissima
produzione dedicata alla “Guerra dell’Atlantico”, trasmessa
domenica 21 luglio 2002 alle nove di sera, ha
ricordato l’affondamento della Laconia SENZA FARE ALCUN CENNO ALLA
FINE DEGLI ITALIANI
. Il tutto il documentario si fa cenno agli
italiani in due soli commenti: quando si parla dei passeggeri, “The
liner Laconia was homebound from Cape Town with two thousand seven hundred
people onboard. Eighteen hundred of them Italian prisoners of war.”

[La nave Laconia si era allontanata da Cape Town con 2700
persone a bordo. 1800 di esse italiani prigionieri di guerra]
;
e in un breve passaggio dedicato ai naufraghi: “Hundreds
of men, most of them Italian prisoners, were struggling in the sea. They
were desperate for a place in a lifeboat.”
[Centinaia
di uomini, in gran parte prigionieri italiani, erano sparsi nel mare. Essi
erano alla ricerca disperata di un posto nelle scialuppe].

L’analisi di queste parole conferma implicitamente che tra le acque
vi erano soprattutto italiani cui, evidentemente, non era stato dato posto
sulle scialuppe occupate dai soli civili e militari inglesi. La parte del
documentario dedicata alla
Laconia ha proposto
le testimonianze di due sopravvissuti inglesi: una marinaio addetto alle
cucine, Frank Holding; ed una donna che nella sciagura perse la figlia,
Janet Walker. La vicenda viene di fatto incentrata soprattutto sulla pietosa
vicenda della donna che vide per l’ultima volta la figlioletta tra
le mani di un ufficiale inglese. Solo nella testimonianza del marinaio c’è
un preciso riferimento alla crudeltà verso gli italiani: “…one
fellow in the boat says, ‘If any of them are on – hanging onto the
side,’ he said, ‘Call out and I’ll give you the hatchet,
chop their fingers off”
[..uno sulla barca
dice, ‘Se qualcuno di loro cerca di aggrapparsi’ egli disse’
gridate ed io vi darò l’accetta per tagliargli le dita].

Di fatto il documentario della BBC non fa alcun riferimento alla tragica
decisione che condannò gli italiani, concludendo lo spazio dedicato
all’affondamento della
Laconia con un generico
commento che trasforma la vicenda in una delle tante tragedie del mare:
“One thousand, six hundred people were lost
with the Laconia.”
[1600 persone perirono
con la Laconia],
senza alcun riferimento al fatto che dei 1600
morti indicati ben 1400 erano italiani !
Ciò non significa che la storiografia anglo-americana non conosca
i termini della vicenda che, nel 1998, è stata ricostruita in tutti
i suoi vergognosi particolari in un capitolo del libro già citato
dello storico americano Clay Blair jr. (1925-1998), sommergibilista
durante la guerra ed autore di numerosi saggi di storia. Ecco come Blair
ha ricordato la strage degli italiani: “The
Poles who were assigned to guard the POWs refused to unbolt the doors on
the pens and consequently hundreds of Italians who survived the torpedoes
went down with the ship. Several hundred or more broke out of one pen and
scrambled topside, but they were refused places in lifeboats at gun and
bayonet point.”
[I polacchi cui era assegnata
la guardia dei prigionieri di guerra rifiutarono di aprire i cancelli e
di conseguenza centinaia di Italiani che erano sopravvissuti ai siluri colarono
a picco con la nave. Diverse centinaia sfondarono uno dei cancelli e si
riversarono sul ponte, ma a loro vennero negati i posti sulle scialuppe
a colpi di fucile e di baionetta]
.

Nel corso della ricerca per la stesura di questo articolo mi sono anche
imbattuto in un sito di storia dei sottomarini “subnetitalia.it”
che, alla pagina
“Battaglia dell’Atlantico -I sommergibili
italiani”
, così sintetizza l’episodio:“…il
Cappellini partecipa al salvataggio dei 1.800 prigionieri italiani affondati
con il transatlantico inglese RMS Laconia silurato dall’U-boat U-156 al
largo della Liberia.(…)L’operazione di salvataggio sarà eseguita
assieme agli U-boat U-156, U-506 e U-507”
. E’ facile
osservare come la tragedia degli italiani venga qui falsamente dipinta come
una normale missione di salvataggio portata felicemente a termine. Non fu
assolutamente così, come conferma il racconto della seconda fase
della tragedia, quella che si svolse nei giorni successivi all’affondamento.
Le fonti, almeno in questo caso, concordano invece nel denunciare le colpe
degli alleati.

L’ODISSEA DEI SOPRAVVISSUTI ALL’AFFONDAMENTO

La notizia dell’involontaria strage di ‘alleati’ italiani
causata dall’affondamento della
Laconia
creò non pochi problemi a Berlino, tanto che la questione venne sottoposta
addirittura all’attenzione di Hitler. Nonostante la crudele scelta
fatta dagli inglesi (ad onor del vero bisogna ricordare che almeno il comandante
della
Laconia scelse di affondare con la sua nave),
nelle acque intorno all’U-156 annaspavano ancora centinaia di soldati
italiani che gli alleati germanici non potevano abbandonare al loro destino.

Bisogna tuttavia rilevare che il comandante del sottomarino tedesco Werner
Hartenstein, al di là della ‘ragione politica’, aveva
già provveduto di sua iniziativa sia al soccorso dei naufraghi, come
risulta chiaramente dal suo primo messaggio: “…con
1500 prigionieri italiani – sino ad ora 90 salvati”
;
ed è confermato dal successivo messaggio: “HO
A BORDO 193 UOMINI, TRA CUI 21 INGLESI. CENTINAIA DI NAUFRAGHI GALLEGGIANO
CON CINTURE DI SALVATAGGIO”
. Hitler, pur manifestando il suo
rammarico per la morte degli italiani, disse che Hartenstein non si sarebbe
dovuto occupare della sorte dei superstiti. Fortunatamente fu solo un parere
e non un ordine, infatti l’ammiraglio Raeder concesse a Dönitz
di inviare nella zona l’U-506 e l’U-507 e non si oppose all’invio
del
Cappellini. I tedeschi coinvolsero nell’operazione
anche i francesi di Vichy, chiedendo loro di inviare sul luogo dell’affondamento
le navi di stanza a Dakar e riportare a terra i naufraghi salvati dai sottomarini.

Ma la situazione sotto gli occhi di Hartenstein era drammatica e non consentiva
indugi. Pur avendo imbarcato quanta più gente possibile all’interno
e all’esterno del sottomarino, ed aver preso a rimorchio tutte le
scialuppe di salvataggio rimaste, intorno a lui si dibattevano ancora centinaia
di corpi tra le acque. Come se non bastasse il sangue dei feriti aveva richiamato
tutti gli squali della zona che avevano già fatto scempio dei vivi
e dei cadaveri: “Ne guizzavano tanti in
mezzo a noi
– raccontò un soldato milanese ai marinai
del
Cappelliniaddentavano
un braccio, mangiavano a morsi una gamba. Altre bestiacce più grandi,
orrende, trinciavano corpi interi”
(Trizzino, op.cit.).

Hartenstein, inoltre, si rendeva conto che gli aiuti promessi non avrebbero
potuto raggiungerlo prima di 48 ore. La cruda realtà era che un sottomarino
con 50 marinai stava affrontando da solo il salvataggio di oltre mille naufraghi.
Il comandante tedesco prese quindi un’incredibile iniziativa personale
facendo diramare, ‘in chiaro’, un messaggio in lingua inglese
in cui chiedeva aiuto a tutte le navi ‘nemiche’ in navigazione,
giungendo ad indicare la sua esatta posizione: “If
any ship will assist the shipwrecked Laconia crew I will not attack her,
providing I am not attacked by ship or air force. I picked up 193 men. 4
degrees -52" south. 11 degrees – 26" west. German Submarine”.

[Qualsiasi nave che soccorrerà i naufraghi della
Laconia non sarà attaccata, purchè io non sia attaccato da
navi o aerei. Ho già raccolto 193 uomini. 4 gradi-52” sud.
11 gradi, 26” ovest. Sottomarino tedesco].
Il
messaggio partì alle 6 del mattino del 13 settembre e venne ripetuto
tre volte. Ma nessuna nave inglese rispose all’appello.
“The British in Freetown intercepted this message, but believing it
might be a ruse de guerre, refused to credit it or to act.

[Gli inglesi a Freetown intercettarono questo messaggio,
ma credendo che potesse essere un trucco di guerra, rifiutarono di dargli
credito o di agire]
(Clay Blair,
op.cit.).
Finalmente, all’alba del 15 settembre, più di due giorni dopo
il naufragio, arrivò l’U-506, raggiunto nel pomeriggio dall’U-507.
Il primo raccolse 132 italiani e 10 tra donne e bambini inglesi, e prese
a rimorchio quattro scialuppe con circa 250 persone; il secondo prese a
bordo 129 italiani, 1 ufficiale inglese, 16 bambini e 15 donne, e a rimorchio
7 lance con 330 superstiti fra cui 35 italiani. Hartenstein rimase con 131
superstiti tra cui cinque donne. Il giorno dopo Dönitz inviava questo
messaggio ai suoi sommergibili: “PER IL GRUPPO
LACONIA. AVVISI COLONIALI DUMONT-D’URVILLE – ANNAMITE – ARRIVERANNO PROBABILMENTE
MATTINATA DEL 17.9. INCROCIATORE CLASSE GLOIRE VIENE A GRANDE VELOCITA’
DA DAKAR. QUI APPRESSO ISTRUZIONI PER CONTATTO”.

A questo punto la tragedia sembrava essere giunta all’epilogo, ma
un altro sanguinoso capitolo si stava per aggiungere. Alle 11.25 del 16
settembre sull’U-156 apparve un aereo, un B-24 ‘Liberator’
americano di cui si distinguevano chiaramente le insegne sotto le ali. A
bordo del quadrimotore c’erano il tenente-pilota James D. Harden,
il tenente Edgar W. Keller, e l’ufficiale di rotta Jerome Periman.
Ai loro occhi apparve chiaramente la scena della tragedia: nelle acque circostanti
il sottomarino tedesco, sul quale Hartenstein aveva fatto stendere un grande
telo bianco con una croce rossa, galleggiavano centinaia di corpi, in gran
parte cadaveri, e diverse scialuppe e zattere di fortuna cariche di naufraghi.
Dall’U-156 si trasmise in Morse: “QUI SOMMERGIBILE
TEDESCO CON NAUFRAGHI INGLESI”
. Il pilota americano non
rispose. Un inglese chiese ad Hartenstein di trasmetteRE lui un messaggio
all’aereo: “QUI UFFICIALE RAF A BORDO
SOMMERGIBILE TEDESCO. CI SONO I NAUFRAGHI DEL LACONIA, SOLDATI, CIVILI,
DONNE, BAMBINI”
. Il pilota non rispose nuovamente e si
allontanò.

Alle 12.32 l’apparecchio
americano ritornò e bombardò il sottomarino!

Caddero cinque bombe, di cui una centrò una scialuppa e una colpì
l’U-Boot causando avarie agli accumulatori ed al periscopio.
Hartenstein ordinò subito di evacuare i naufraghi e, fatte tagliare
le cime che trattenevano le scialuppe, s’immerse alla profondità
di 60 metri. Quando dopo molte ore riemerse trasmise il seguente messaggio
al suo comando: “HARTENSTEIN – STOP – LIBERATOR
AMERICANO CI HA BOMBARDATO CINQUE VOLTE CON QUATTRO LANCE CARICHE NONOSTANTE
BANDIERA CON CROCE ROSSA DI 4 METRI QUADRATI – STOP – ALTEZZA ERA DI SESSANTA
METRI – STOP – I DUE PERISCOPI DANNEGGIATI – STOP – INTERRUZIONE SALVATAGGIO
– STOP – TUTTI SGOMBRATI DAL PONTE – STOP – VADO A OVEST PER RIPARARE –
HARTENSTEIN.
Il 17 settembre, alle 12.22, anche l’
U-506
venne attaccato da un idrovolante che sganciò tre bombe sebbene il
sottomarino, con i suoi 142 passeggeri a bordo, si fosse già immerso
avendolo scorto in tempo.

Nel frattempo anche il Cappellini aveva raggiunto
la zona. Il mattino del 16 incontrò la prima scialuppa con 50 inglesi
ben provvisti di acqua e viveri. Due ore dopo un’altra con uomini
donne e bambini inglesi che rifornì di acqua e viveri. Nel pomeriggio
incontrò finalmente delle scialuppe con a bordo degli italiani: “..si
possono sentire sempre più distinte le invocazioni di soccorso: in
milanese, in napoletano, in siciliano. Tutto intorno galleggiano cadaveri
profondamente dilaniati dai denti degli squali. Altri hanno le mani staccate
come con un colpo d’ascia”
(Trizzino, op.cit.).
Le scialuppe erano quelle dei naufraghi che erano stati salvati da Hartenstein
che, dopo l’attacco americano, era stato costretto da un ordine di
Dönitz a sbarcare tutti i superstiti che aveva a bordo.
Il
Cappellini, imbarcati sottocoperta 49 italiani
feriti e sistemati sul ponte tutti gli altri naufraghi, cercò per
altri quattro giorni le navi francesi di soccorso, che nel frattempo avevano
già preso a bordo tutti i superstiti che erano stati salvati dagli
U-Boot 506 e 507: più
di 700 inglesi, 373 italiani, e 72 polacchi, che arrivarono a Dakar il 27
settembre. Finalmente, alle 8 di domenica 20 settembre, il Cappellini s’incontrò
con il
Dumont d’Urville del capitano Madelin,
a cui consegnò 42 italiani e 19 inglesi. Altri 7 italiani e 2 inglesi
rimasero a bordo e seguirono il
Cappellini fino
a Bordeaux, sede della base navale italiana nell’Atlantico ‘
Betasom’.
Altri naufraghi del
Laconia, un centinaio di sfortunati
che avevano trovato rifugio su due canotti, raggiunsero la costa dell’Africa
solo dopo diverse settimane in mare. Solo sei di essi erano rimasti in vita.

Tra tutte le fonti consultate è possibile stimare il numero totale
dei morti della Laconia tra i 1600 ed i 1700. L’unica cosa certa è
che nemmeno un terzo dei 1800 prigionieri di guerra imbarcati a Suez si
salvò dal naufragio, mentre le perdite inglesi furono minime: “Morti:
1350 italiani su 1800, contro 11 inglesi su 811
”, secondo
Trizzino che cita fonti ufficiali. Un sito polacco sui disastri navali della
seconda guerra mondiale indica un totale di 1649 morti, di cui 31 polacchi
su 103 imbarcati.

EPILOGO
L’attacco americano all’
U-156 impegnato
nel salvataggio dei naufraghi della
Laconia ebbe
una conseguenza che si protrasse per tutta la durata del conflitto. Da allora
in poi, infatti, Dönitz ordinò ai suoi sommergibili di non occuparsi
più dei naufraghi delle navi affondate. Una decisione che sarebbe
diventata un campo di imputazione contro di lui al processo di Norimberga.
Pochi mesi dopo aver salvato i naufraghi della
Laconia,
il generoso comandante dell’
U-156 ed il
suo equipaggio venivano a loro volta affondati al largo delle isole Barbados
l’8 marzo del 1943. Nessuno di essi si salvò.
Il sottomarino italiano
Cappellini ebbe una vicenda
molto avventurosa. Trasformato in ‘sommergibile da trasporto’
l’11 maggio del 1943 salpò da Bordeaux per il Giappone, con
un carico di tonnellate di metalli destinati dalla Germania al lontano alleato
orientale. Il 9 luglio raggiunse Saipang (o Sabang) e fu qui che si trovava
quando a Tokio arrivò la notizia dell’armistizio italiano dell’8
settembre. Il
Cappellini, comandato dal capitano
di corvetta Walter Auconi, era pronto per il rientro in Europa e, sebbene
parte dell’equipaggio avesse manifestato di voler continuare a combattere
a fianco della Germania e del Giappone, l’ammiraglio Hiroaka fece trasferire
il sottomarino a Singapore sotto scorta nipponica e qui fece arrestare tutti
i marinai italiani internandoli in un campo di prigionia.

Successivamente i giapponesi cedettero il Cappellini
ai tedeschi che lo ribattezzarono
U-IT-24 (U-Boot
Italiano) e, con un equipaggio misto italo-tedesco al comando dell’Oberliutenent
Heinrich Pahls, fu incorporato nella Krigsmarine portando a termine sei
successive missioni. Quando a sua volta anche la Germania firmò l’armistizio
con gli alleati il
Cappellini entrò ufficialmente
nella flotta imperiale giapponese con la sigla di
I-503
e continuò ad operare fino al termine del conflitto. Dopo la resa
del Giappone gli americani lo trovarono ancorato nel porto di Kobe insieme
ad un altro sommergibile italiano, il
Torelli,
anch’esso incorporato prima nella marina tedesca e poi in quella giapponese.
Oramai inutilizzabile il
Cappellini venne infine
autoaffondato dagli americani a largo di Kobe il 16 aprile del 1946.

Dell’affondamento della Laconia si tornò
a parlare il 9 maggio del 1946 al processo di Norimberga quando
gli alleati processarono Dönitz per crimini di guerra. L’ammiraglio
tedesco, che al termine del processo venne condannato a 15 anni di carcere,
si difese proprio con quei documenti che oggi rappresentano le prove della
tragedia della
Laconia.
L’attacco del Liberator all’U-156 venne ammesso dagli americani
solo molti anni dopo la fine della guerra.
Non risulta che dopo il conflitto il governo italiano abbia mai indagato
o richiesto informazioni sulle circostanze che portarono alla morte dei
1400 prigionieri di guerra italiani imbarcati sulla Laconia.


Andrea David Quinzi
Chi fosse interessato ad approfondire la triste vicenda della Laconia può
consultare i seguenti titoli:
Sopra di noi l’Oceano”, di Antonino Trizzino, Longanesi, Milano,
1968
“Hitler’s U-Boat War-The Hunted, 1942-1945”, di Clay Blair, Random
House, New York, 1998
“Prigionieri dell’oceano”, di Donatello Bellomo, Sperling&Kupfer,
Milano, 2002

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