10 Febbraio, per non dimenticare!

FOIBE

 

Per
“Foibe” s’intendono le profonde fenditure che costituiscono un aspetto
tipico del territorio carsico al fondo di colline e depressioni che
l’erosione millenaria delle acque ha scavato nella roccia.  Esse
sono il luogo in cui è stato perpetrato uno dei più barbari eccidi che
la storia ricordi: in essi furono gettati migliaia di cittadini
italiani, nostri compatrioti, spesso ancora vivi, eliminati con
particolare efferatezza per motivi politici e di classe dall’esercito
di liberazione e dai reparti partigiani del leader comunista jugoslavo,
il maresciallo Tito.

L’
arco di tempo in cui sono state effettuate tali “esecuzioni” va
dall’autunno 1943 al maggio-giugno 1945. Queste fenditure del terreno
erano un ottimo espediente per occultare i cadaveri degli italiani
considerati fascisti e di tutti coloro che potevano essere pericolosi
per il regime comunista slavo, spesso le cavità venivano fatte saltare
con dell’esplosivo per non lasciare traccia del vile massacro.

La
cifra più accreditata del numero degli “infoibati” fissa in
dieci-dodicimila il numero delle vittime, ma non è mai stata effettuata
una ricerca con l’accuratezza necessaria .

La strage delle foibe fu per molti anni una “strage negata” o nascosta e soltanto nel gennaio  2005
uno dei leader ex comunisti italiani, Walter Veltroni, ha finalmente
ammesso, recandosi alla foiba di Basovizza, <se vi fu rimozione, fu
per colpa della cultura di sinistra, prigioniera dell’ideologia e della
guerra fredda>.

Da
poco è stato celebrato il “Giorno del Ricordo”, per ricordare le
vittime di quella tragedia e le complesse vicende del confine
orientale. Da alcuni anni i muri di gomma eretti su questa storia
grigia sono franati, e certa storiografia scritta con la penna rossa,
con i paraocchi, la storia scritta dai vincitori ha mostrato la sua
colpevole ottusità. Eppure questo non basta: la memoria di chi ha
vissuto quei terribili anni della follia titina non concede requie.
Nidia Cernecca è uno di questi spiriti inquieti condannati a vagare in
una terra di esuli senza radici, donna del sudario di tante storie
perse sulle montagne altissime della disperazione e dell’odio contro i
fascisti. E’ una testimone di quei fatti incivili, era bambina quando
nel 1943 suo padre Giuseppe, semplice impiegato comunale, viene
arrestato, torturato ed ucciso dai miliziani comunisti italiani e
slavi; racconta di quelle vicende delle foibe che tanta presunta
“scienza” di cattedre e pedanti si ostina ancora a definire
semplicemente delle “profondità rocciose”.

Fuggivano
gli italiani: intere famiglie o ciò che n’erano rimaste di esse, dopo
il massacro avvenuto per opera dei Liberatori-Invasori. Da Pola il
piroscafo Toscana faceva la spola tra la sponda orientale e quella
occidentale dell’Adriatico. A Venezia – annota ancora la Cernacca- gli
istriani furono accolti da sputi e invettive, considerati “fascisti”
che non avevano voluto soccombere sotto l’invasione delle truppe di
Tito, e nulla i veneziani sapevano dei massacri subiti solo per colpa
di essere Italiani. A Bologna, invece, un treno non aveva potuto
fermarsi, la Croce Rossa aveva organizzato pasti caldi e latte per
vecchi e bimbi. Ma i ferrovieri comunisti avevano minacciato uno
sciopero se il convoglio si fosse fermato. L’esodo dei 350.000
istriani, fiumani e dalmati “è stata l’ovvia conseguenza del terrore
instaurato dalle forze di occupazione slave, che hanno portato a
termine la programmata pulizia etnica, come afferma Milovan Gilas.
Quest’ultimo signore era il più importante collaboratore-ideologo del
maresciallo Josip Broz Tito e suo fratello d’armi. Nel 1945 raccontò
egli stesso: ”fummo mandati da Tito in Istria. Era nostro compito
indurre gli italiani ad andar via con pressioni d’ogni tipo. E così fu
fatto. La tragedia aveva inizio, per soddisfare la follia di Tito per
costituire la “settima repubblica” jugoslava e portare la linea di
confine sul fiume Isonzo o addirittura sul Tagliamento, a metà strada
tra Trieste e Venezia. Sappiamo benissimo quanto sangue hanno versato i
nostri compatrioti per portare in quei lembi di terra il tricolore che
tanto è stato desiderato durante la “grande guerra”. Palmiro Togliatti,
chiamato “il Migliore”, nella veste di ministro di Grazia e Giustizia,
promulga nel giugno del 1945 l’amnistia per i reati commessi durante e
dopo la guerra. Provvedimento che non si applica, però, a coloro che
hanno ucciso i partigiani. L’amnistia permise a molti di coloro che si
erano macchiati di vari delitti di uscire dalla latitanza, o
addirittura di sedere in parlamento. Quanto a Togliatti, definì i
sanguinosi episodi verificatisi dopo l’8 settembre 43 come “una
giustizia sommaria fatta dagli stessi istriani contro i fascisti”,
cosicché la pulizia etnica viene considerata un’azione nata dalla
rabbia popolare per rappresaglia politica. E i governi italiani fino a
poco tempo fa, al 16 marzo del 2004, data in cui il senato istituisce
la “Giornata del Ricordo”, ”seppur con motivazioni diverse, per non
turbare l’equilibrio internazionale e per opportunismo nazionale, hanno
deliberatamente tenuta nascosta e ignorata la storia di quelle terre
italiane”. Il 6 aprile 1945 la Federazione Comunista di Udine affiggeva
un volantino in cui era scritto: “Friulani! Dovete comprendere che il
diritto dei nostri fratelli sloveni a raggiungere il sacro confine del
Tagliamento è pienamente giustificato da ragioni storiche, geografiche
ed etniche”. Ma lo spazio dovuto al comunismo Titino significò dolore e
morte per gli italiani infoibati. Per onorare quegli eroi senza tomba,
decine e decine di città dello stivale hanno provveduto opportunamente
a intitolare strade ai martiri delle foibe. Un popolo, al di là di
qualsiasi troppo facile accusa di revisionismo, è veramente tale solo
quando conserva la memoria di se stesso e dei proprio morti, non c’è
futuro senza il ricordo del passato, perché per cambiare, per
migliorare le nostre vite dobbiamo prima sapere chi siamo e da dove
veniamo.

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