Nel 1891 gli Stati Uniti “Razzisti” d’America “tremavano”

Nel 1891 gli Stati Uniti d’America tremavano per la minaccia di una guerra con l’Italia perché gli USA erano deboli mentre l’Italia era una potenza mondiale.
E’ una vicenda, seminascosta fra le pieghe della Storia, che inizia il 15 ottobre del 1890, quando il giovane capo della polizia di New Orleans viene assassinato da cinque uomini armati mentre torna a casa.
Scrive Gian Antonio Stella, rievocando l’episodio sul Corriere della Sera, il 22 febbraio 2002:
Neanche il tempo d’indagare e i colpevoli c’erano già: gli italiani. Decine di arresti, centinaia di perquisizioni, pioggia di insulti su tutti i giornali a partire da una oscena invettiva del sindaco Shakespeare: “Il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigrati appartenenti alla peggiore specie di europei: i meridionali italiani (…) Gli individui più pigri, depravati e indegni che esistano (…) Tranne i polacchi non conosciamo altre persone altrettanto indesiderabili”.
Il processo, costruito su prove inventate a tavolino, finì in un’assoluzione. Inveleniti, i “bravi cittadini” di New Orleans si diedero appuntamento in 20 mila, presero d’assalto il carcere, piombarono su undici italiani (rimandati in galera nonostante la sentenza!) e li fecero a pezzi.
Non uno, dei bravi assassini, fu condannato. Non un giornale si indignò.
Gli 11 facevano parte di quella folta comunità di siciliani arrivata a New Orleans per sostituire nei campi gli ex-schiavi neri (portando secondo la Commissione Federale per l’Immigrazione “a un aumento del 40% del cotone prodotto pro-capite”), che era cresciuta in pochi anni fino a rappresentare un decimo della popolazione e guadagnarsi una posizione fortissima nel mercato nel pesce e della frutta ed un’altrettanto fortissimo disprezzo da parte degli americani.
Pare che a far imbestialire gli americani fossero stati i festeggiamenti organizzati dalla comunità italiana per celebrare la sentenza di assoluzione, durante i quali gli italiani avrebbero osato issare il loro tricolore più in alto della bandiera americana.
E’ il 14 marzo 1891 quando la canea armata dà l’assalto alla prigione. Il direttore del carcere ordina di chiudere tutti i prigionieri nelle loro celle, tranne gli italiani.
Abbattuto il portone del carcere, gli armati scovano subito i primi tre e gli sparano al volto; due muoiono sul colpo, il terzo viene lasciato per ore ad agonizzare sul pavimento.
Altri sei detenuti sono fuggiti nel braccio delle donne, che, all’arrivo delle squadracce, si mettono ad urlare: “di là, sono fuggiti di là” indicando un cortile interno. I poveretti si trovano imbottigliati, addossati ad un muro, senza vie di scampo. Vengono crivellati da centinaia di colpi.
Ne mancano due. Gli inseguitori non riescono a scovarli; frugano dovunque, rivoltando tutto, spaccando tutto. In una cella trovano il primo, un povero psicopatico che, seduto sul pavimento, parla con se stesso. Cinque uomini lo trascinano nel corridoio e gli sparano tre volte senza ucciderlo.
Gli oltre 20 mila che sono rimasti fuori della prigione e che da tempo sentono spari provenienti dall’interno, sono impazienti, vogliono la loro dose di sangue. Lo psicopatico viene portato in piazza ed appeso ad un lampione fra gli applausi della folla, che però, accortasi con disappunto che il poveretto, terrorizzato, si sta arrampicando disperatamente lungo la corda, si diverte a fare il tiro a segno vomitando insulti di ogni genere.
L’ultimo viene scovato in un’altra cella, si sta fingendo morto. Lo mettono al muro per fucilarlo, poi cambiano idea. Lo danno in pasto alla piazza. Lo impiccano ad un albero, ma la corda si rompe e l’uomo cade a terra. Lo riappendono e sparano, sparano, sparano con pistole e fucili.
Gli undici cadaveri vengono esposti in uno stanzone alla mercé dei curiosi. Le donne di New Orleans intingono, per ricordo, nel sangue i loro fazzoletti ricamati.
Quello stesso giorno l’Ambasciatore italiano, barone Francesco Saverio Fava, protesta con il Segretario di Stato James Blaine, ottenendo la seccata risposta che l’episodio riguarda lo Stato della Louisiana non il governo federale.
Due giorni dopo consegna una nota del Presidente del Consiglio dei Ministri, marchese Antonio di Strabba Rudinì, che esige la punizione dei colpevoli ed un indennizzo alle famiglie delle vittime. La risposta è negativa ed il 25 marzo l’Italia minaccia di richiamare l’Ambasciatore.
Ben interpretando il pensiero del Congresso, il senatore Plumb del Kansas afferma: “La partenza dell’ambasciatore non ci recherà più danno di quanto farebbe il venditore di banane italiano davanti alla Casa Bianca se decidesse di tornarsene a casa”.
In effetti qualche giorno dopo il barone Fava lascia Washington. Per ritorsione viene richiama da Roma l’intera missione diplomatica per ordine del Presidente, che è quel Benjamin Harrison di cui si è parlato durante l’intricata vicenda elettorale Bush-Gore. Nel 1888 questo Harrison, repubblicano, prese quasi 100.000 voti in meno del democratico Cleveland, ma la sua vittoria negli Stati chiave gli aggiudicò la maggioranza dei grandi elettori.
Cresce un clima di disprezzo per gli immigrati italiani, tanto che Theodore Roosevelt, che diventerà dieci anni più tardi Presidente degli USA e sarà anche insignito del Premio Nobel per la pace (!), arriva a definire il linciaggio degli undici innocenti “ una buona cosa “. Più o meno l’opinione di colui che il linciaggio aveva guidato, l’avvocato Parkerson, che ebbe poi a dichiarare: “Quelli là non erano altro che dei rettili”.
In vari Stati scoppiano disordini anti-italiani. Nel West Virginia, l’11 maggio vengono linciati altri tre italo-americani.
Per un bel po’ di tempo l’opinione pubblica americana si diverte molto con questa caccia all’italiano, con spassosi pregiudizi, con deliziose intolleranze, barzellette, storielle, pestaggi di bambini “dago” (termine dispregiativo per italiani, spagnoli e portoghesi, storpiatura del nome Diego, ndr).
Poi improvvisamente qualcuno fa una scoperta agghiacciante: gli Stati Uniti potrebbero rischiare l’invasione da parte di uno degli eserciti più potenti e meglio equipaggiati del mondo. Altro che l’”esercito di immigrati straccioni” sul quale aveva ironizzato il Washington Post.
Proprio così. La superiorità militare italiana è schiacciante, dopo una forsennata corsa agli armamenti, a seguito della firma della Triplice Alleanza, per portare l’esercito italiano all’altezza della portentosa macchina da guerra prussiana e far diventare l’Italia una grande potenza.
La Regia Marina Italiana può contare su 11 corazzate di 14 mila tonnellate ciascuna più altre 54 navi da guerra contro 3 misere navi statunitensi che insieme non arrivano ad 8.000 tonnellate; ai 2 milioni e mezzo di soldati italiani si contrappongono meno di 130.000 americani in armi.
Sono mesi di frenetiche trattative segrete, finché il 9 dicembre il Presidente Harrison, nel suo discorso sullo stato dell’unione, è costretto a definire il linciaggio degli italiani “un incidente deplorevole e disonorevole”.
In seguito verranno assegnati 2.500 dollari ad ognuna delle undici famiglie.
L’Italia si accontenta, ringrazia e dimentica subito.
In effetti l’italiano medio che degli emigrati, una volta partiti, non ne vuole più sapere (in altra occasione sarebbe interessante analizzare questo fenomeno di “rimozione”), non si era appassionato molto alla vicenda.
Nessuno chiederà mai più la riabilitazione per i morti di New Orleans.
Per rimanere però negli Stati Uniti, sono talmente tanti gli episodi di intolleranza e discriminazione nei confronti dei nostri emigrati, che c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Ancora Gian Antonio Stella, nel citato articolo, ricorda, ad esempio, la legge che in Louisiana non consentiva “ai bimbi italiani di frequentare le scuole dei bianchi” e la deposizione in una commissione del Congresso di un grande imprenditore delle ferrovie: “Lei definirebbe di razza bianca un italiano?”. “No, sir: un italiano è un dago”.
Nel 1907 nella miniera di Black Diamond in California, a seguito di una esplosione, furono sepolti vivi molti minatori, fra i quali quattro italiani. Ebbene le famiglie degli americani vennero risarcite con 1.200 dollari, quelle degli italiani con solo 150.
Ritorniamo al rischio di una guerra italo-statunitense. Negli Stati Uniti fu tanta l’impressione che il Congresso si affrettò a stanziare cospicui fondi per potenziare Marina ed Esercito, tanto che in pochi anni la flotta degli Stati Uniti divenne un formidabile strumento di conquista.

Gian Luigi Ferretti/Area
23 dicembre 2002

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3 risposte a Nel 1891 gli Stati Uniti “Razzisti” d’America “tremavano”

  1. Cuore ha detto:

    Si poteva attaccarli, ma purtroppo abbiamo perso l\’attimo fuggente… Saremmo andati a colonizzare gli usa e a civizzarla, visto che ancora ora, la civiltà manca a quel popolo!!!

  2. Giuseppe ha detto:

    A dir\’ la verità la civiltà manca un pò ovunque, e l\’Italia di oggi non ne è di certo un esempio….questo era il mondo un centinaio di anni fà questo è oggi e questo sarà domani…….
    La storia umana è ciclica. Quando l\’interesse di 2 o più civiltà entrano in conflitto la lotta per la supremazia diventa inevitabile.
    Con la guerra si azzera tutto (ideologie, pensieri, economie).
    Tra un pò di anni, con i nuovi paesi emergenti ne vedremo delle belle………..speriamo che arrivino gli alieni ^_^ (battuta)

  3. paolo ha detto:

    no no  speriamo veramente che arrivino gli alieni, così magari si portano via un pò di marcio XD

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