TORNA A CREDERE RICOMINCIA A LOTTARE!

RENDI FORTI I VECCHI SOGNI PERCHE’ QUESTO NOSTRO MONDO NON PERDA CORAGGIO
Ezra Pound

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Foibe, il web non dimentica: profili facebook, siti e blog ‘indossano’ il tricolore nel giorno del ricordo

Oltre alla manifestazione virtuale, CasaPound Italia organizza cortei in tutta Italia e 12 ore di diretta radio su Rbn

Roma, 4 febbraio – La rete non dimentica le foibe. Per celebrare il giorno del ricordo, giovedì 10 febbraio dalle 10 alle 11 centinaia di siti internet, blog e forum e migliaia di profili Facebook e Myspace, corredati dal Tricolore listato a lutto, osserveranno un’ora di silenzio nel rispetto degli italiani caduti per mano dei partigiani titini. La manifestazione virtuale, arrivata alla quarta edizione, è promossa da CasaPound Italia , in collaborazione con Novopress Italia, NoReporter e Radio Bandiera Nera.

‘’Non dimenticare è un atto rivoluzionario che intende contribuire a riscattare la memoria tradita delle migliaia di italiani infoibati dalla furia slavo-comunista – spiegano gli organizzatori – E’ inaccettabile che a più di mezzo secolo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ricercare e affermare la verità storica sia da più parti considerato alla stregua di un reato d’opinione. È aberrante che i più giovani ignorino, per deficit didattico e talora ostruzionismo di una classe docente ideologizzata, la portata devastante della pulizia etnica perpetrata ai danni della popolazione italiana del Nord-Est, con rastrellamenti, deportazioni, torture e esodi di massa. Manifesta il tuo dissenso: appuntamento in rete giovedì 10 febbraio alle ore 10 per ricordare agli italiani che la verità non può essere infoibata”.

Ma le iniziative di CasaPound Italia per il giorno del ricordo non si fermano qui. Si parte domani dalla Toscana, dove Cpi partecipa al corteo regionale che sfila nel pomeriggio a Firenze, per poi proseguire con manifestazioni che toccheranno gran parte delle città italiane, da Aosta a Sassari, fino a domenica 13. Anche Rbn, la web radio di Cpi (www.radiobandieranera.org), dedicherà per tutta la settimana ampio spazio alle foibe, per concludere con uno speciale che andrà in onda a partire dalle 11 del 10 febbraio: dodici ore di collegamento dalle redazioni di tutta Italia con musica e interviste a esuli e a personaggi della cultura e della politica e, in serata, la diretta da Baschi, dove una fiaccolata celebrerà l’intitolazione di una piazza del piccolo centro in provincia di Terni ai Martiri della Foibe, ottenuta grazie all’impegno del consigliere comunale di Cpi Mirko Bernardini.
10 Febbraio

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“Potevano vivere e incoronarsi. Vollero incoronarsi e morire.” Discorso di Gabriele D’annunzio tenutosi a Roma il 4 maggio 1919.

Questo è il testo del discorso tenuto all’Augusteo di Roma il 4 maggio 1919, in cui D’Annunzio incita il popolo a non accettare le condizioni dell’armistizio e dei trattati di pace, e rivendica l’annessione di Fiume all’Italia.

Vi sta nella memoria la sera del 13 maggio, quando tutto pareva perduto, quando eravamo sul punto d’esser venduti come una greggia infetta? Vi ricordate di quella voce che gettò l’allarme e non temette d’incitare alla violenza i cittadini?
«La storia vostra si fece nelle botteghe dei rigattieri e dei cenciaiuoli? Le bilance della vostra giustizia crollavano forse dalla banda ov’era posto un tozzo da maciullare, un osso da rodere? Il vostro Campidoglio era forse un banco di barattatori e di truffardi? La gloria vi s’affaccendava e ciangottava da rivendugliola? Non ossi, non tozzi, non cenci, non baratti, non truffe. Basta! Rovesciate i banchi! Spezzate le false bilance!»
Quella voce è la stessa che oggi vi parla. Ed è la stessa fede: ed è lo stesso ardore, lo stesso ardire.
Non lasciate il leale governo d’Italia ritornare verso quei banchi. Non date a pesare in quelle bilance il nostro sangue schietto.
In tale ardire è la nostra salute. Non in altro che nell’ardire oggi è la nostra salute, Italiani. Credetemi.
A NOI! […]

In una mattina dell’aprile recente, sul bivio solitario fu scoperto un monumento semplice, dedicato agli ultimi morti della guerra d’Italia.
Assisteva alla cerimonia severa, con i combattenti della Terza Armata, il Duca d’Aosta.
Pareva che l’odore del lauro funebre e trionfale si spandesse per tutta la landa tranquilla. Emanuele Filiberto di Savoia si scoperse, stette un poco in silenzio; poi disse con la sua voce magnetica: «Questi ultimi morti, che oggi onoriamo, al nostro cuore sono i più santi e i più belli. Veterani di cento prove, rimasti incolumi, giovinetti imberbi, frementi di speranze e di sogni, scagliarono l’anima oltre la morte, oltre il destino, consapevoli, nell’attimo stesso in cui la battaglia stava per essere interrotta! ».
Compagni, fratelli, bisognerebbe ascoltare in ginocchio il racconto. Era il principio di novembre. Rotta la fronte nemica, la Terza Armata avanzava nella pianura veneta con una celerità che di tratto in tratto rompeva le resistenze opposte dall’Austriaco per salvare almeno il grosso delle sue truppe e dei suoi carriaggi. La 23a Divisone dei Bersaglieri con i suoi quattro reggimenti – secondo e terzo della settima brigata, ottavo e tredicesimo della sesta – e con i Cavalleggeri di Aquila, avanguardia impetuosa, precorreva la vittoria.
La mattina del 4 novembre passò il Tagliamento sul ponte Madrisio mal distrutto; e proseguì con uguale impeto fino ad Ariis, travolgendo ogni contrasto. Le aprivano la via i Bersaglieri dell’ottavo reggimento e tre squadroni dei Cavalleggeri di Aquila.
Pareva che la rottura del ponte sul fiume Stella, operata dal nemico presso Ariis, e il tiro incessante delle mitragliatrici poste lungo la riva a sinistra, fossero per interrompere per la furia piumata. Ma, con l’aiuto del Cavalleggeri scesi di sella, i Bersaglieri riattarono il ponte sotto il fuoco, superando l’insidia, lasciarono dietro di loro i feriti e i morti, passarono oltre, incalzando le truppe magiare – tenace retroguardia d’una Divisione di ulani appiedati -, e le raggiunsero al bivio.
Bisogna inginocchiarsi.
Questi fanti d’Italia, questi cavalieri d’Italia sapevano che stava per scoccare l’ora dell’armistizio. Lo sapevano.
Avevano l’ardore in bocca, il vigore nel petto, il cuore palpitante. Erano giovani. Vivevano. Il diritto alla vita stava per essere ricollocata sul dovere del sacrifizio. Essi potevano ritenere nel loro pugno la loro sorte. L’ora stava per scoccare. Intendete fratelli?
Bisogna inginocchiarsi.
Essi erano inebriati dall’ansia di spingere la vittoria quanto più lontano fosse dato al loro soffio, sul suolo riconquistato, prima che quell’ora scoccasse e segnasse il termine raggiunto. Potevano vivere e incoronarsi. Vollero incoronarsi e morire.
Mancavano solo cinque minuti alle ore quindici quando i Bersaglieri dell’ottavo reggimento e i Cavalleggeri di Aquila raggiunsero il nemico al bivio di Paradiso.
Quivi era l’ultima resistenza. Quivi era l’ultima gloria dei combattenti,. Quivi era lo sguardo della Patria, quello sguardo che l’eroe sente sul suo cuore segreto, e il cuore gli balza.
Il nemico era protetto da fitte siepi di mitragliatrici che infilavano e spazzavano la strada. Chi ha combattuto sa che sia per il nudo coraggio l’insistenza rabbiosa della raffica. In un attimo fu deliberato l’assalto, fu deliberata la carica.
Inginocchiamoci.
La gente a piedi e quella a cavallo mossero in un solo impeto: lo squadrone di avanguardia nella strada, ai lati gli altri due. Il fante cercava di superare il cavaliere. Il cavaliere portava in groppa la potenza del fante. Mai fraternità d’armi fu più gloriosa.
Cedette all’urto fulmineo l’ultimo ostacolo che ci separava dalle terre profanate. L’ora scoccò. Il vinto alzò la bandiera bianca.
I nostri morti coprivano la polvere, coprivano l’erba. I nostri feriti sanguinavano, mordendosi i pugni nel rammarico della corsa interrotta. Tutti i muscoli degli assalitori frenati tremavano come tutte le penne della Vittoria.
Inginocchiamoci. Rialziamo quei morti. Gli ultimi saranno i primi, gli ultimi ci condurranno.
Sono i nostri Capi di oggi, sono i nostri condottieri di domani. Sono i condottieri del nostro orgoglio.

Una nazione che dà tali eroi può guardare l’avvenire come il campo riservato alla sua semenza. Chi avrà ragione della sua virtù e della sua gioventù?
Ecco un giovine Italiano, ecco un adolescente, Alberto Riva, della casata di Villa Santa, un Italiano di Sardegna, diciottenne. Suo padre era caduto nella battaglia il 7 giugno 1916. Quattro dei suoi consanguinei erano caduti nella battaglia. Al suo fianco un suo fratello era stato ferito. E non gli bastava.
Stirpe più che ferrea, silenziosa sublimità sarda, eroismo dalle labbra serrate, sacrifizio senza parola. L’isola non s’è risaldata al continente? C’è tuttavia il Tirreno tra noi e quel masso d’amore?
Al passaggio del Piave, al passaggio della Livenza, questo fanciullo aveva operato prodigi, conducendo il reparto d’assalto dell’ottavo reggimento di Bersaglieri. Il 4 novembre, all’ora precisa dell’armistizio, cadde anch’egli, alla testa dei suoi Arditi, colpito nell’atto del balzo, «per spingere la vittoria più lontano, per più accostarsi a quelli che ci aspettavano, a quelli che ancora ci aspettano».
Aveva diciott’anni. Ha diciott’anni. Ma è il nostro Capo. Dobbiamo seguirlo. Tutti lo seguiremo.
Ditelo. Gridatelo.
Romani, e c’era innanzi a tutti un cavaliere romano, il tenente Augusto Piersanti di Roma, ucciso, col suo cavallo, pochi attimi prima dell’ora.
Rialzatelo. E rialzate il suo cavallo. S’egli si rimette in sella, sa dove andare.
Avete inteso il suo nome? Tenetelo a mente. Non lo dimenticate più.
Augusto Piersanti di Roma volle morire per coprire del suo corpo e del suo amore a sua terra, qualche palmo più in là. La sua mano era impigliata nella criniera del suo fedele.
Non gli decretate una statua equestre. Non ha bisogno del bronzo per essere eterno. È più potente del metallo imperiale. È vivo. È un Romano vivo. Sarà sempre vivo, quando colui che qui fu ospite indegno avrà chiuso i suoi mille occhi ciechi di pavone insulso.
Lo zoccolo del suo cavallo scalpita le lastre romane. Il collo del suo cavallo, dalla criniera ingemmata del sangue di Paradiso, si tende verso le colonne romane, laggiù, a Spalato, nel palazzo dell’Imperatore.
Non l’udite? Nitrisce.
Laggiù, su le vie dell’Istria, su le vie della Dalmazia, che tutte sono romane, non udite la cadenza in un esercito in marcia?
I morti vanno più presto dei vivi.

E per tutto ritrovano essi i segni dei legionari.
Fuori la schiaveria bastarda e le sue lordure e le sue mandrie di porci!
Con le Aquile e col Tricolore, troncati gli indugi, rinnovato il suo maggio, un’altra volta dal Campidoglio si muove l’Italia.
A NOI!



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Non c’è nessuno di voi dispoto a morire per scagliarsi contro il nostro paese? Se esiste, che sorga e muoia con noi!

Ultime parole pronunciate da Yukio Mishima, 30 minuti prima di suicidarsi con i suoi compagni

La nostra Associazione degli Scudi è cresciuta grazie all’Esercito di difesa nazionale: l’Esercito di difesa nazionale è, per così dire, nostro padre e nostro fratello maggiore. Perché dunque lo ricompensiamo dei favori che ci ha elargito agendo con tanta ingratitudine? Negli anni trascorsi – quattro per me e tre per gli altri membri – siamo stati accolti nell’esercito e considerati quasi alla stregua di membri effettivi, siamo stati addestrati senza che ci fosse alcuna contropartita, ed abbiamo appreso ad amare sinceramente l’esercito, a sognare <> che ormai esiste solo nelle caserme, a conoscere lacrime virili, uno spettacolo insolito nel dopoguerra. Abbiamo versato insieme a voi il nostro sudore, correndo al vostro fianco per le pianure del Fuji e condividendo il vostro amore per la patria. Di questo non abbiamo il benché minimo dubbio. L’esercito di difesa nazionale è stato il nostro paese natale, l’unico luogo di questo snervato Giappone moderno in cui si possa respirare un’atmosfera di ardimento. Incommensurabile è l’affetto di cui ci hanno onorato gli istruttori e tutti coloro che ci hanno addestrato. Perché dunque abbiamo osato intraprendere una simile impresa? Anche se potrà sembrare un’apologia, io dichiaro che l’amore per l’Esercito di difesa nazionale è il nostro movente.

Abbiamo veduto il Giappone del dopoguerra rinnegare, per l’ossessione della prosperità economica, i suoi stessi fondamenti, perdere lo spirito nazionale, correre verso il nuovo senza volgersi alla tradizione, piombare in una utilitaristica ipocrisia, sprofondare la sua anima in una condizione di vuoto. Siamo stati costretti, stringendo i denti, ad assistere allo spettacolo della politica totalmente perduta in vischiose contraddizioni, nella difesa di interessi personali, nell’ambizione, nella sete di potere, nell’ipocrisia; abbiamo visto i grandi compiti dello Stato delegati a un Paese straniero, abbiamo visto l’ingiuria della disfatta subita nell’ultima guerra non vendicata, ma semplicemente insabbiata, abbiamo visto la storia e la tradizione del Giappone profanate dal suo stesso popolo. Abbiamo sognato che il vero Giappone, i veri giapponesi, il vero spirito dei samurai dimorassero almeno nell’Esercito di difesa nazionale. E chiaro che, giuridicamente, esso è incostituzionale: la difesa, che rappresenta la questione essenziale per una nazione, è stata elusa con opportunistiche interpretazioni giuridiche. E noi abbiamo visto che proprio questo esercito, indegno di un tale titolo, è stato l’espressione principale della corruzione del Giappone, della sua degenerazione morale. L’esercito, che più di ogni altra istituzione dovrebbe attribuire la massima importanza all’onore, è stato fatto oggetto dei più meschini inganni. L’Esercito di difesa ha continuato a portare la disonorevole croce di una nazione sconfitta. L’Esercito di difesa non ha potuto assurgere al rango di Esercito nazionale, non gli è stato conferito alcun significato in tal senso né alcun compito di creazione di un’autentica armata, ma è stato umiliato nella posizione abnorme di forza di polizia, e non gli è stato neppure chiaramente indicato a chi dovesse giurare fedeltà. Siamo furibondi per il troppo lungo sonno in cui giace il Giappone del dopoguerra! Abbiamo creduto che il Giappone si sarebbe destato soltanto quando l’esercito avesse riaperto gli occhi. Abbiamo creduto che, come cittadini di questa nazione, non esistesse compito più importante del profondere tutte le nostre umili energie affinché, mediante una riforma della costituzione, l’Esercito di difesa assurgesse al suo originario significato, e divenisse un autentico Esercito nazionale.

Quattro anni orsono, io, animato da un simile proposito, mi arruolai nell’esercito, e l’anno seguente costituii l’Associazione degli Scudi. L’idea fondamentale della nostra associazione è il sacrificio delle nostre vite unicamente al fine che l’Esercito di difesa si desti , e si trasformi in un glorioso Esercito nazionale. Se in questo regime parlamentare non è più possibile riformare la costituzione, la creazione di un movimento che riporti ordine e sicurezza è l’unica possibilità rimasta: abbiamo deciso di sacrificare la vita come avanguardia di tale movimento, di essere la pietra su cui sarà edificato l’Esercito nazionale. E dovere dell’esercito proteggere la nazione, mentre la polizia spetta il compito di difendere la politica. Quando la polizia non è più in grado di difendere la politica, spetta inequivocabilmente all’esercito muoversi in difesa della patria, riacquistando in tal modo il suo significato originario. Il principio fondamentale dell’esercito giapponese non può essere altro che: <>. Siamo pochi, ma determinati, ed offriamo le nostre vite nella missione di raddrizzare le basi distorte della nazione.

Ricordate che accadde il 21 ottobre dello scorso anno, il 1969? Una grande dimostrazione che avrebbe dovuto impedire la visita in America del Primo Ministro venne soffocata dalle forze preponderanti della polizia. Ne fui testimone mentre mi trovavo nel quartiere di Shinjuku e allora capii con profondo dolore che non v’erano più speranze di mutare la Costituzione. Che accadde quel giorno? Il governo registrò i limiti delle forze di estrema sinistra, la reazione della gente comune di fronte alle misure restrittive della polizia non dissimili dal coprifuoco, ed ebbe la sicurezza di poter controllare la situazione senza sfiorare la patata bollente della <>. Non fu necessario ricorrere all’intervento dell’Esercito di difesa per stabilire ordine e sicurezza. Il governo ebbe la certezza di poter mantenere il pieno controllo con il solo intervento della polizia, perfettamente legittimo e costituzionale, capì che poteva continuare ad eludere i problemi essenziali della nazione. Riuscì pertanto a placare le forze di sinistra con il pretesto della difesa della costituzione, a consolidare una politica in cui sempre si sacrifica l’onore per ottenere vantaggi concreti, e a segnare un altro punto a suo favore, proclamandosi difensore della costituzione. Sacrificare l’onore per ottenere dei vantaggi! Potrà forse essere lecito ai politici. Ma com’è possibile che essi non si accorgano che per l’Esercito di difesa è una ferita mortale? Ricominciò dunque, ancor peggio che in passato, un alternarsi di ipocrisie e d’inganni, di false promesse e di astuzie.

Il 21 ottobre 1969 fu un tragico giorno per l’Esercito di difesa. Scolpitevi questa data nell’animo! Fu il giorno in cui vennero definitivamente tradite le speranze dell’Esercito di difesa, che per vent’anni, da quando fu istituito, aveva atteso con ansia la riforma della costituzione, riforma che venne sempre esclusa dai programmi politici; fu il giorno in cui il partito liberale ed il partito comunista, complici nel perseguire una politica parlamentare, liquidarono apertamente ogni possibilità di ricorrere a metodi antiparlamentari. E così, in modo logico, da quel giorno l’Esercito di difesa, che fino ad allora era stato figlio illegittimo della Costituzione, fu realmente riconosciuto quale <>. Esiste paradosso più abnorme?

Da quel giorno concentrammo incessantemente la nostra attenzione sull’esercito. Se, come avevamo sognato, esso era costituito da uomini con spirito di guerrieri, perché mai essi tolleravano in silenzio? Che terribile contraddizione logica è proteggere ciò che nega la nostra esistenza! Se siete uomini, come può il vostro orgoglio virile tollerarlo? Quando, tollerato l’intollerabile, viene oltrepassata l’ultima linea da difendere, un uomo, un guerriero deve ergersi risolutamente. Siamo rimasti ansiosamente in ascolto. Ma dall’Esercito di difesa non s’è levata alcuna voce virile contro l’ordine umiliante di <> che nega la nostra esistenza. Sebbene sia ormai chiaro che non esiste altra via per raddrizzare le storture della nazione se non ritrovare la coscienza della propria forza, l’Esercito di difesa ha continuato a tacere come un canarino reso muto

Al dolore e alla rabbia subentrò in noi l’indignazione. Voi dite di non poter agire senza aver ricevuto un ordine. Ma purtroppo gli ordini che vi sono assegnati non provengono, in definitiva, dal Giappone. Dite che il controllo civile è la funzione reale di un esercito democratico. Tuttavia in America e in Inghilterra il controllo civile concerno soltanto l’amministrazione del regime militare. Non accade come in Giappone che l’esercito sia castrato e privato persino del diritto di scegliere i propri soldati, che sia trattato come un burattino da quegli straordinari traditori che sono politici, sfruttano per i piani e gli interessi partitici.

Si è forse corrotto lo spirito di questo esercito che continua a lasciarsi incantare dai politici ed a percorrere un sentiero che lo conduce a un autoinganno e ad un’autoprofanazione sempre più profondi? Dov’è finito il vostro spirito di guerrieri? Qual è il significato di questo esercito, ridotto ormai ad un gigantesco deposito d’armi senz’anima? Quando ci furono i negoziati per le fibre, alcuni industriali tessili tacciarono di tradimento nazionale i membri del partito liberale, ma quando si comprese chiaramente che il trattato per le basi per i sottomarini nucleari, che avrebbe influito in modo decisivo sulla nostra più importante politica nazionale, era quasi identico all’ingiusto trattato del 5-5-3 non vi fu un solo generale che si opponesse squarciandosi il ventre.

E che ne è della restituzione di Okinawa? E della responsabilità di difendere il suolo della patria? E palese che l’America non desidera che il Giappone sia protetto da un autentico ed autonomo esercito giapponese. Se entro due anni l’Esercito di difesa non riconquisterà la sua autonomia, rimarrà per sempre – come sostengono i militanti di sinistra – una congrega di mercenari al soldo dell’America.

Abbiamo atteso quattro anni. L’ultimo con particolare fervore. Non possiamo più attendere. Non c’è più motivo di attendere coloro che continuano a profanare se stessi. Attenderemo ancora solo trenta minuti, gli ultimi trenta minuti. Insorgeremo insieme ed insieme moriremo per l’onore. Ma prima di morire ridoneremo al Giappone il suo autentico volto. Avete tanto cara la vita da sacrificare l’esistenza dello spirito? Che sorta di esercito è mai questo, che non concepisce valore più nobile della vita? Noi ora testimonieremo a tutti voi l’esistenza di un valore più alto del rispetto per la vita. Questo valore non è la libertà, non è la democrazia. E il nostro Giappone. Il Paese della nostra amata storia, delle nostre tradizioni: il Giappone . Non c’è nessuno tra di voi disposto a morire per scagliarsi contro la Costituzione che ha disossato la nostra patria? Se esiste, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso quest’azione nell’ardente speranza che voi tutti, a cui è stato donato un animo purissimo, possiate ritornare ad essere veri uomini, veri guerrieri.

(Testo letto da Mishima pochi istanti prima del suicidio rituale).



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3 Novembre 1953 Trieste non s’arrende!

‎3 Novembre 1953
La rivolta dei triestini per Trieste italiana. Onore ai tanti giovani caduti per la causa irredentista.
Vergogna per i media che parlano solo delle avventure sessuali del premier,

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In memorai dei ragazzi di Acca Larentia e tutti i Cuori Neri

 
La Compagnia dell’anello – vivere davvero

Dove vai, ma dove stai correndo? 
Forse dove è già il tuo cuore. 
Basta un attimo e ciò che stai vivendo 
prende il volo e muore. 
Dove sei adesso? Lassù dove pensavi? 
Da lì dirai "Ragazzi, state svegli!" 
Ma c’è un modo solo per non morire mai 
e quel modo è vivere davvero. 
Ma c’è un modo solo e questo tu lo sai 
ed avevi quello sguardo fiero. 
Come fare adesso senza quel tuo sguardo, 
sguardo vivo di chi sogna e crede. 
Io lo so che fare oltre a non dimenticare, 
perché, sciacalli, adesso lui vi vede. 
Ma c’è un modo solo per non morire mai 
e quel modo è vivere davvero. 
Ma c’è un modo solo e questo tu lo sai 
ed avevi quello sguardo fiero. 
Io lo so che fare, non provo più dolore, 
con il tuo sorriso chiuso nel mio cuore. 
Io lo so che fare, non smetto di sognare 
e non ci potranno più fermare.

Francesco Mancinelli –  Generazione ’78

E ti svegli una mattina e ti chiedi cosa è stato,
rigettare i tuoi pensieri sulle cose del passato,
prendi un fazzoletto nero che conservi in un cassetto.
Cominciava tutto un giorno, forse un giorno maledetto,
frequentando certa gente di sicuro differente,
è un battesimo di rito con il fiato stretto in gola,
quando già finiva a pugni sui portoni della scuola,
e inciampare in un destino che ti cresceva dentro da bambino,
ed un ciondolo d’argento che ti tieni intorno al collo,
odio e amore per cercare di capire una logica ideale,
una logica ideale a cui ciecamente credi.

E tua madre piange sola e ti osserva dietro i vetri,
perché sa che non perdona questa guerra,
perché sa che non ha pace la sua terra
Un partito, vecchia storia, un’eredità che scotta,
nell’ambiguità di sempre come un senso di sconfitta,
e ignorare circostanze, giochi assurdi di potere,
che ne sai di quel passato di nostalgiche illusioni,
di un confronto che da sempre si è attuato coi bastoni?
E sentirsi viver dentro, a vent’anni, all’occasione,
per cercar di dare un senso alla tua Rivoluzione.

Poi una sera di gennaio resta fissa nei pensieri,
troppo sangue sparso sopra i marciapiedi
e la tua generazione scagliò al vento le bandiere,
gonfiò l’aria di vendetta senza lutto, né preghiere,
su quei passi da gigante, per un attimo esitare,
scaricando poi la rabbia nelle auto lungo il viale,
fra le lacrime ed i vortici di fumo,
da quei giorni la promessa di restare
tutti figli di nessuno.

Pochi giorni di prigione ti rischiarano la vista,
dimmi, come ci si sente, con un’ombra da estremista?
Cosa provi nelle farse di avvocati e tribunali?
Ed Alberto che è finito dentro l’occhio di un mirino,
la Democrazia mandante, un agente l’assassino.
E Francesco che è volato sull’asfalto di un cortile,
con le chiavi strette in mano, strano modo per morire.
Braccia tese ai funerali ed un coro contro il vento,
"oggi è morto un Camerata ne rinascono altri cento".
E il silenzio di un’accusa che rimbalza su ogni muro,
questa volta pagheranno te lo giuro

Poi la sfida nelle piazze ed i sassi nelle mani,
caroselli di sirene echi sempre più lontani,
quelle bare non ancora vendicate
le ferite quasi mai rimarginate.

Ma poi il vento soffiò forte, ti donò quell’occasione,
di combattere il sistema in un’altra posizione,
tra la fine del marxismo e i riflussi del momento,
costruire il movimento tra le angosce dei quartieri.
Ed un popolo, una lotta chiodo fisso nei pensieri
e generazioni nuove in cui tu credevi tanto.
Poi quel botto alla stazione che cancella tutto quanto.
E al segnale stabilito si da il via alla grande caccia,
i fucili che ora puntano alla faccia,
le retate in grande stile dentro all’occhio del ciclone,
tra le spire della santa inquisizione.

Poi le tappe di una crisi, di una storia consumata,
di chi trova la sua morte armi in pugno nella strada,
di chi viene suicidato in una stanza di chi scappa
di chi chiude nei cassetti anche l’ultima speranza.

E ti svegli una mattina, sulle labbra una canzone,
e l’immagine si perde sulla tua generazione,
quei ragazzi un po’ ribelli un po’ guerrieri,
che hanno chiuso nei cassetti e dentro ai cuori
tanti fazzoletti neri

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Un passo saliente da “Addio ciliegi in fiore” di Yoshida Mitsuru”, la preghiera del guardiamarina Mori

…..Rompiamo le righe. Sto per calarmi nel boccaporto a dritta della
batteria principale 1 quando noto un ufficiale che si aggira sul
castello di prua.
La faccia intravista di profilo alla luce della luna, con la guancia
velata dall’ombra di un folto sopracciglio, è quella del guardiamarina
Mori.
E’ famoso perché è in grado di bere più di chiunque a bordo, per la sua
pazienza e per la sua bella fidanzata. Quel grazioso viso sulla
fotografia che porta sempre con sé, e il tratto chiaro ed elegante
sulle lettere che gli giungono con regolarità suscitano l’invidia di
tutto il primo quadrato.
So che una sera, poco prima di essere richiamato alla scuola aspiranti
ufficiali, le ha preso la mano per la prima volta dicendole addio con
queste poche parole: <I tuoi occhi, la tua bocca, il tuo naso, le
tue mani e i tuoi piedi appartengono a me>.
Distoglie lo sguardo dalle onde scure e, voltandosi verso di me, mi
sussurra nell’orecchio, quasi implorante: <Sarò morto, dunque non
avrò problemi. Quelli che moriranno saranno i più fortunati. Nessun
problema per me. Ma lei? Come far si che sia felice?
Sicuramente arriverà un uomo migliore di me che la sposerà e la renderà più felice di quanto avrei fatto io.
Andrà così, ne sono certo.
La sua felicità con me è già finita. Ora il mio destino è la morte.
Quindi voglio per lei una felicità ancora più grande. Che sposi un uomo
migliore. Che accetti quella nuova felicità senza riserve.
Quando morirò, qualcuno soffrirà sinceramente per me. Sono fortunato.
Ma che ne sarà di lei, che resta? Farà un buon matrimonio e sarà
felice. E’ questa la mia speranza, solo questa. Se lei tornerà a essere
davvero felice, io vivrò in lei, vivrò…
Ma come farle comprendere questo mio desiderio? Le ho parlato
ripetutamente di persona. E l’ho scritto infinite volte nelle mie
lettere. "Sii più felice con qualcun altro: solo questo è il mio ultimo
desiderio."… Ma come posso esserne sicuro? Che garanzie ho che
accetterà?
Pregare? Le mie intenzioni sono così sincere che non posso fare a meno
di pregare. Ma basterà? Se mi inginocchio e prego, sarò esaudito? Non
mi resta che implorare, dal profondo del mio cuore, che ascolti la mia
supplica, in qualche modo?>.
Il tono è aspro; gli occhi asciutti. Dà voce al suo accorato appello. No, alla sua rabbia.
Sfoga la sua rabbia. Io annuisco, senza parole.
Sopra di noi, la chiara notte di luna che vediamo per l’ultima volta.
Sotto di noi, il poderoso castello di prua su cui non metteremo più piede.
Tu, che sei la sua fidanzata. che avevi avuto in dono un amore senza pari.
Ascolta questa preghiera in cui lui ha riservato tutto se stesso. Devi ascoltarla.
Ancora pieno di rabbia, lui tace e contempla assorto le onde sotto di noi.
Sulla superficie del mare nero come l’ebano, le creste bianco-argento delle onde s’infrangono e si dissolvono.
I miei occhi si velano di lacrime e mi volto dall’altra parte. Un soffio d’aria gelida mi trafigge il viso.
Domani, il buon vecchio guardiamarina Mori morirà con onore.
Lui resta immobile come una roccia anche quando gli batto la mano sulla
spalla. corro verso il boccaporto e mi calo lungo la scaletta.
Il dado è tratto. La missione conduce a morte sicura. Non possiamo farci nulla, ormai.
Pregando, pregando ardentemente, lui morirà; e alla fine lei accoglierà la sua preghiera. Non può essere diversamente.
Mentre corro provo una strana impazienza, una esasperazione, come se il legno del ponte inghiottisse i miei piedi……
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L’ULTIMO DEGLI ASCARI

L’ULTIMO DEGLI ASCARI: BERAKI

L’ULTIMO DEGLI ASCARI VIVE A ROMA
A 93 ANNI CON 150 EURO AL MESE






Il museo degli Ascari

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270bis Libertari

270bis – Libertari

 
"Difficile crederlo ad ascoltarla oggi, ma questa è una ballata del Settecento. Il testo è una traduzione relativamente fedele del testo originario di una canzone dei ribelli scozzesi – i "giacobiti", fedeli a Giacomo Stuart, legittimo sovrano – perseguitati dagli inglesi. Evidentemente sbirri e ribelli sono uguali in tutto il mondo ed in tutte le epoche"

Libertari ma di nome
sentirete sentirete
libertari ma di nome capirete
Libertari ma di nome
voi parlate e c’è chi muore
Libertari ma di nome
sentirete sentirete
libertari ma di nome capirete
Cos’è bene e cos’è male
per la legge per la legge
Cos’è bene cos’è male
per la legge
Tra il coltello del brigante
e il cappio della polizia
tu sai dirmi cos’è meglio
per la legge per la legge
cos’è bene e cos’è male
per la legge
Ma il tamburo suona piano
nella notte nella notte
il tamburo suona piano
nella notte
per chiamarci alla battaglia
per la nostra libertà
il tamburo suona piano
nella notte nella notte
il tamburo suona piano
nella notte
Se non torno moglie mia
ai miei figli ai miei figli
se non torno moglie mia tu dirai
che bisogna anche sapere
accettare di morire
se la libertà vuoi avere
moglie mia moglie mia
se la libertà vuoi avere
figlio mio

Ma il tamburo suona piano
nella notte nella notte
il tamburo suona piano
nella notte
per chiamarci alla battaglia
per la nostra libertà
il tamburo suona piano
nella notte nella notte
il tamburo suona piano
nella notte.

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LA CONDANNA A MORTE DI 1800 PRIGIONIERI DI GUERRA ITALIANI

LA
CONDANNA A MORTE DI 1800 PRIGIONIERI DI GUERRA ITALIANI


“La tragedia
della Laconia”

di Andrea David Quinzi

Era la notte del 12 settembre 1942, la nave inglese
‘Laconia’
navigava al largo della costa africana nei pressi
dell’isola di Ascensione. Si trattava di un transatlantico del 1922
della
Cunard White Star Line da 20.000 tonnellate,
al comando del capitano Rudolf Sharp, convertito dagli inglesi in un mercantile
armato adibito al trasporto delle truppe. La nave era salpata da Suez il
12 agosto con a bordo 463 tra ufficiali e uomini di equipaggio, 286 militari
inglesi, 103 guardie polacche, 80 tra donne e bambini, familiari di militari
britannici, e 1800 prigionieri di guerra italiani
(altra fonte indica: 136 di equipaggio, 268 soldati inglesi, 160 polacchi,
e conferma 1.800 prigionieri e 80 tra donne e bambini). I militari italiani
appartenevano alle divisioni
Ariete, Brescia, Pavia, Trento,
Trieste e Sabratha
(ex Verona), fatti
prigionieri nel luglio 1942 nella prima battaglia di El Alamein (le fonti
indicano più genericamente
“fatti
prigionieri nella battaglia di El Alamein”

generando l’equivoco che si possa trattare di quella più nota
dell’ottobre-novembre 1942).

Il mese di navigazione aveva messo a dura prova i nostri soldati, ammassati
in tre stive con razioni di viveri inadeguate e con appena due ore ‘d’aria’
al giorno, una al mattino e una alla sera, ma finalmente il viaggio stava
per terminare, ancora poche settimane e la nave sarebbe arrivata in Inghilterra.
Invece, la notte del 12 settembre, la Laconia finì nel periscopio
del capitano Werner Hartenstein al comando dell’U-Boot
156
. In relazione con le leggi di guerra osservate dall’Asse
e dagli alleati la nave era assolutamente un obiettivo militare: batteva
bandiera nemica, zigzagava come di norma a luci spente, e soprattutto era
armata, con due cannoni navali da 4.7" pollici, e sei cannoni antiaerei
da 3". Colpita da due siluri dopo un’ora e mezzo la nave si inabissò.

L’U-Boot emerse ed a questo punto si accorse che tra i naufraghi vi
erano dei soldati alleati italiani. Hartenstein parlò con due di
essi e, appresa la composizione dei passeggeri della nave nemica, diede
subito ospitalità ai feriti, alle donne ed ai bambini
,

ed il ponte del sottomarino si riempì di coloro che non avevano trovato
posto sulle scialuppe di salvataggio. Ma i naufraghi erano troppi ed il
comandante chiese istruzioni al suo comando: 13,9 – ATLANTICO VERSO FREETOWN
– AFFONDATO INGLESE LACONIA QU. F.F. 7721 – 310 – PURTROPPO CON 1800 PRIGIONIERI
ITALIANI – SINO AD ORA 90 SALVATI – COMBUSTIBILE 157 M3 – SILURI 19 – ALISEI
FORZA 3 – CHIEDO ORDINI”.

Informato dell’accaduto l’Ammiraglio Dönitz ordinò
il salvataggio dei naufraghi, con particolare riguardo agli italiani, e
dispose che altri due sommergibili in zona,
U-506
del capitano Würdemann e
U-507 del cap. Schacht,
partecipassero alle operazioni di salvataggio. Inoltre avvisò il
comando italiano che inviò sul luogo il sottomarino Cappellini,
al comando del Tenente di vascello Marco
Revedin
.

A questo punto bisogna suddividere
la vicenda nei due drammatici avvenimenti che la contraddistinsero: quello
dell’omicidio premeditato di centinaia di prigionieri di guerra italiani,
e quello dei sopravvissuti all’affondamento, rimasti per giorni in
balia delle onde. La tragedia più spaventosa, l’orrore più
grande, fu senz’altro il primo, che si svolse nei circa 60 minuti
trascorsi tra il siluramento e l’affondamento della nave, una vicenda
poco nota circondata ancora oggi da un vergognoso silenzio.

LA CONDANNA A MORTE DI 1800 PRIGIONIERI DI
GUERRA ITALIANI

Di tragici errori e di drammatici naufragi se ne verificarono purtroppo
a centinaia nel corso della Seconda Guerra Mondiale, con colpevoli e vittime
in entrambi gli schieramenti. Ciò che rende unico e particolarmente
odioso il disastro della Laconia è il fatto che in questo caso
la tragedia non fu né casuale né
inevitabile
. Ecco come essa venne riassunta con assoluta sinteticità
nel giornale di bordo del comandante Hartenstein: “Secondo
le informazioni degli italiani, gli inglesi, dopo esser stati silurati,
hanno chiuso le stive dove si trovavano i prigionieri. Hanno respinto con
armi coloro che tentavano di raggiungere le lance di salvataggio…”.

Da fonte non sospetta, uno storico americano, risulta che le scialuppe e
le cinture di salvataggio a bordo della
Laconia
fossero sufficienti per tutti i suoi passeggeri:
“Laconia
had enough lifeboats and rafts to support all 2,700 persons aboard her,
including the POWs.” [La Laconia aveva sufficienti scialuppe e galleggianti
per tutte le 2700 persone imbarcate, inclusi i prigionieri di guerra] (“Hitler’s
U-Boat War-The Hunted, 1942-1945”, Clay Blair jr.)
. Ciò
nonostante le guardie polacche ricevettero l’ordine di lasciare i
1800 prigionieri di guerra italiani chiusi nelle stive, condannandoli di
fatto ad una morte orribile e premeditata per affogamento.
Possiamo a malapena immaginare il panico ed il terrore che si impossessarono
di quegli uomini quando, davanti alle loro disperate richieste, videro le
sentinelle rifiutarsi di aprire le sbarre, negando loro anche l’ultima
speranza di sopravvivenza tra le acque dell’Oceano.

Le testimonianze su quei tragici momenti sono agghiaccianti, qualcuno dei
prigionieri tentò addirittura di suicidarsi battendo la testa contro
le pareti dello scafo. Con la forza della disperazione i reduci del deserto
si scagliarono contro i cancelli sbarrati, sebbene le guardie non esitassero
a respingerli a colpi di baionetta o a sparargli a bruciapelo. Oltre ai
racconti dei sopravvissuti la semplice evidenza del tipo di ferite riscontrate
su alcuni di essi confermano purtroppo i fatti.

Nel libro “Sopra di noi l’Oceano”,
di Antonino Trizzino, è riportata la drammatica testimonianza del
caporale Dino Monti: “Quelli che erano più
vicini alla grata, appena i morti e i feriti stramazzavano a terra, ne prendevano
subito il posto. La grata si torceva, si piegava sotto la loro pressione.
(…) Alla fine i nostri sforzi centuplicati dal terrore, dall’esasperazione,
dalla follia collettiva ebbero ragione della grata. Calpestando i caduti
ci lanciammo verso le scale.”
L’orrore proseguì
sul ponte della nave, dove venne fatto fuoco sugli italiani che cercavano
di trovare posto nelle scialuppe, e raggiunse il culmine tra le acque dell’Oceano
dove vennero trovati alcuni cadaveri di italiani privi delle mani. La spiegazione
è ancora nella testimonianza: “Quando
si aggrappavano alle scialuppe quei maledetti gli recidevano i polsi perché
non potessero più arrampicarsi. Urlavano come bestie sgozzate mentre
scivolavano in acqua senza più mani”
(Trizzino,
op.cit.).
L’emersione del sommergibile tedesco provocò la fine di questa
barbarie imponendo una difficile convivenza tra ex prigionieri ed ex carcerieri,
accomunati dalla comune condizione di naufraghi in balia delle onde. Tuttavia
è facile comprendere quali fossero i sentimenti, anzi i risentimenti,
degli italiani sopravvissuti nel ritrovarsi accanto i carnefici di pochi
minuti prima, e sapendo che sotto di loro giacevano i corpi gonfi di centinaia
di loro commilitoni.

Questa prima fase della tragedia, la più orribile, non solo non è
stata mai approfondita, ma ancora oggi viene taciuta come dimostra un esempio
emblematico. Il Dipartimento Storico della BBC, gloriosa e meritoria istituzione
culturale autrice di documentari televisivi di grande valore, in una recentissima
produzione dedicata alla “Guerra dell’Atlantico”, trasmessa
domenica 21 luglio 2002 alle nove di sera, ha
ricordato l’affondamento della Laconia SENZA FARE ALCUN CENNO ALLA
FINE DEGLI ITALIANI
. Il tutto il documentario si fa cenno agli
italiani in due soli commenti: quando si parla dei passeggeri, “The
liner Laconia was homebound from Cape Town with two thousand seven hundred
people onboard. Eighteen hundred of them Italian prisoners of war.”

[La nave Laconia si era allontanata da Cape Town con 2700
persone a bordo. 1800 di esse italiani prigionieri di guerra]
;
e in un breve passaggio dedicato ai naufraghi: “Hundreds
of men, most of them Italian prisoners, were struggling in the sea. They
were desperate for a place in a lifeboat.”
[Centinaia
di uomini, in gran parte prigionieri italiani, erano sparsi nel mare. Essi
erano alla ricerca disperata di un posto nelle scialuppe].

L’analisi di queste parole conferma implicitamente che tra le acque
vi erano soprattutto italiani cui, evidentemente, non era stato dato posto
sulle scialuppe occupate dai soli civili e militari inglesi. La parte del
documentario dedicata alla
Laconia ha proposto
le testimonianze di due sopravvissuti inglesi: una marinaio addetto alle
cucine, Frank Holding; ed una donna che nella sciagura perse la figlia,
Janet Walker. La vicenda viene di fatto incentrata soprattutto sulla pietosa
vicenda della donna che vide per l’ultima volta la figlioletta tra
le mani di un ufficiale inglese. Solo nella testimonianza del marinaio c’è
un preciso riferimento alla crudeltà verso gli italiani: “…one
fellow in the boat says, ‘If any of them are on – hanging onto the
side,’ he said, ‘Call out and I’ll give you the hatchet,
chop their fingers off”
[..uno sulla barca
dice, ‘Se qualcuno di loro cerca di aggrapparsi’ egli disse’
gridate ed io vi darò l’accetta per tagliargli le dita].

Di fatto il documentario della BBC non fa alcun riferimento alla tragica
decisione che condannò gli italiani, concludendo lo spazio dedicato
all’affondamento della
Laconia con un generico
commento che trasforma la vicenda in una delle tante tragedie del mare:
“One thousand, six hundred people were lost
with the Laconia.”
[1600 persone perirono
con la Laconia],
senza alcun riferimento al fatto che dei 1600
morti indicati ben 1400 erano italiani !
Ciò non significa che la storiografia anglo-americana non conosca
i termini della vicenda che, nel 1998, è stata ricostruita in tutti
i suoi vergognosi particolari in un capitolo del libro già citato
dello storico americano Clay Blair jr. (1925-1998), sommergibilista
durante la guerra ed autore di numerosi saggi di storia. Ecco come Blair
ha ricordato la strage degli italiani: “The
Poles who were assigned to guard the POWs refused to unbolt the doors on
the pens and consequently hundreds of Italians who survived the torpedoes
went down with the ship. Several hundred or more broke out of one pen and
scrambled topside, but they were refused places in lifeboats at gun and
bayonet point.”
[I polacchi cui era assegnata
la guardia dei prigionieri di guerra rifiutarono di aprire i cancelli e
di conseguenza centinaia di Italiani che erano sopravvissuti ai siluri colarono
a picco con la nave. Diverse centinaia sfondarono uno dei cancelli e si
riversarono sul ponte, ma a loro vennero negati i posti sulle scialuppe
a colpi di fucile e di baionetta]
.

Nel corso della ricerca per la stesura di questo articolo mi sono anche
imbattuto in un sito di storia dei sottomarini “subnetitalia.it”
che, alla pagina
“Battaglia dell’Atlantico -I sommergibili
italiani”
, così sintetizza l’episodio:“…il
Cappellini partecipa al salvataggio dei 1.800 prigionieri italiani affondati
con il transatlantico inglese RMS Laconia silurato dall’U-boat U-156 al
largo della Liberia.(…)L’operazione di salvataggio sarà eseguita
assieme agli U-boat U-156, U-506 e U-507”
. E’ facile
osservare come la tragedia degli italiani venga qui falsamente dipinta come
una normale missione di salvataggio portata felicemente a termine. Non fu
assolutamente così, come conferma il racconto della seconda fase
della tragedia, quella che si svolse nei giorni successivi all’affondamento.
Le fonti, almeno in questo caso, concordano invece nel denunciare le colpe
degli alleati.

L’ODISSEA DEI SOPRAVVISSUTI ALL’AFFONDAMENTO

La notizia dell’involontaria strage di ‘alleati’ italiani
causata dall’affondamento della
Laconia
creò non pochi problemi a Berlino, tanto che la questione venne sottoposta
addirittura all’attenzione di Hitler. Nonostante la crudele scelta
fatta dagli inglesi (ad onor del vero bisogna ricordare che almeno il comandante
della
Laconia scelse di affondare con la sua nave),
nelle acque intorno all’U-156 annaspavano ancora centinaia di soldati
italiani che gli alleati germanici non potevano abbandonare al loro destino.

Bisogna tuttavia rilevare che il comandante del sottomarino tedesco Werner
Hartenstein, al di là della ‘ragione politica’, aveva
già provveduto di sua iniziativa sia al soccorso dei naufraghi, come
risulta chiaramente dal suo primo messaggio: “…con
1500 prigionieri italiani – sino ad ora 90 salvati”
;
ed è confermato dal successivo messaggio: “HO
A BORDO 193 UOMINI, TRA CUI 21 INGLESI. CENTINAIA DI NAUFRAGHI GALLEGGIANO
CON CINTURE DI SALVATAGGIO”
. Hitler, pur manifestando il suo
rammarico per la morte degli italiani, disse che Hartenstein non si sarebbe
dovuto occupare della sorte dei superstiti. Fortunatamente fu solo un parere
e non un ordine, infatti l’ammiraglio Raeder concesse a Dönitz
di inviare nella zona l’U-506 e l’U-507 e non si oppose all’invio
del
Cappellini. I tedeschi coinvolsero nell’operazione
anche i francesi di Vichy, chiedendo loro di inviare sul luogo dell’affondamento
le navi di stanza a Dakar e riportare a terra i naufraghi salvati dai sottomarini.

Ma la situazione sotto gli occhi di Hartenstein era drammatica e non consentiva
indugi. Pur avendo imbarcato quanta più gente possibile all’interno
e all’esterno del sottomarino, ed aver preso a rimorchio tutte le
scialuppe di salvataggio rimaste, intorno a lui si dibattevano ancora centinaia
di corpi tra le acque. Come se non bastasse il sangue dei feriti aveva richiamato
tutti gli squali della zona che avevano già fatto scempio dei vivi
e dei cadaveri: “Ne guizzavano tanti in
mezzo a noi
– raccontò un soldato milanese ai marinai
del
Cappelliniaddentavano
un braccio, mangiavano a morsi una gamba. Altre bestiacce più grandi,
orrende, trinciavano corpi interi”
(Trizzino, op.cit.).

Hartenstein, inoltre, si rendeva conto che gli aiuti promessi non avrebbero
potuto raggiungerlo prima di 48 ore. La cruda realtà era che un sottomarino
con 50 marinai stava affrontando da solo il salvataggio di oltre mille naufraghi.
Il comandante tedesco prese quindi un’incredibile iniziativa personale
facendo diramare, ‘in chiaro’, un messaggio in lingua inglese
in cui chiedeva aiuto a tutte le navi ‘nemiche’ in navigazione,
giungendo ad indicare la sua esatta posizione: “If
any ship will assist the shipwrecked Laconia crew I will not attack her,
providing I am not attacked by ship or air force. I picked up 193 men. 4
degrees -52" south. 11 degrees – 26" west. German Submarine”.

[Qualsiasi nave che soccorrerà i naufraghi della
Laconia non sarà attaccata, purchè io non sia attaccato da
navi o aerei. Ho già raccolto 193 uomini. 4 gradi-52” sud.
11 gradi, 26” ovest. Sottomarino tedesco].
Il
messaggio partì alle 6 del mattino del 13 settembre e venne ripetuto
tre volte. Ma nessuna nave inglese rispose all’appello.
“The British in Freetown intercepted this message, but believing it
might be a ruse de guerre, refused to credit it or to act.

[Gli inglesi a Freetown intercettarono questo messaggio,
ma credendo che potesse essere un trucco di guerra, rifiutarono di dargli
credito o di agire]
(Clay Blair,
op.cit.).
Finalmente, all’alba del 15 settembre, più di due giorni dopo
il naufragio, arrivò l’U-506, raggiunto nel pomeriggio dall’U-507.
Il primo raccolse 132 italiani e 10 tra donne e bambini inglesi, e prese
a rimorchio quattro scialuppe con circa 250 persone; il secondo prese a
bordo 129 italiani, 1 ufficiale inglese, 16 bambini e 15 donne, e a rimorchio
7 lance con 330 superstiti fra cui 35 italiani. Hartenstein rimase con 131
superstiti tra cui cinque donne. Il giorno dopo Dönitz inviava questo
messaggio ai suoi sommergibili: “PER IL GRUPPO
LACONIA. AVVISI COLONIALI DUMONT-D’URVILLE – ANNAMITE – ARRIVERANNO PROBABILMENTE
MATTINATA DEL 17.9. INCROCIATORE CLASSE GLOIRE VIENE A GRANDE VELOCITA’
DA DAKAR. QUI APPRESSO ISTRUZIONI PER CONTATTO”.

A questo punto la tragedia sembrava essere giunta all’epilogo, ma
un altro sanguinoso capitolo si stava per aggiungere. Alle 11.25 del 16
settembre sull’U-156 apparve un aereo, un B-24 ‘Liberator’
americano di cui si distinguevano chiaramente le insegne sotto le ali. A
bordo del quadrimotore c’erano il tenente-pilota James D. Harden,
il tenente Edgar W. Keller, e l’ufficiale di rotta Jerome Periman.
Ai loro occhi apparve chiaramente la scena della tragedia: nelle acque circostanti
il sottomarino tedesco, sul quale Hartenstein aveva fatto stendere un grande
telo bianco con una croce rossa, galleggiavano centinaia di corpi, in gran
parte cadaveri, e diverse scialuppe e zattere di fortuna cariche di naufraghi.
Dall’U-156 si trasmise in Morse: “QUI SOMMERGIBILE
TEDESCO CON NAUFRAGHI INGLESI”
. Il pilota americano non
rispose. Un inglese chiese ad Hartenstein di trasmetteRE lui un messaggio
all’aereo: “QUI UFFICIALE RAF A BORDO
SOMMERGIBILE TEDESCO. CI SONO I NAUFRAGHI DEL LACONIA, SOLDATI, CIVILI,
DONNE, BAMBINI”
. Il pilota non rispose nuovamente e si
allontanò.

Alle 12.32 l’apparecchio
americano ritornò e bombardò il sottomarino!

Caddero cinque bombe, di cui una centrò una scialuppa e una colpì
l’U-Boot causando avarie agli accumulatori ed al periscopio.
Hartenstein ordinò subito di evacuare i naufraghi e, fatte tagliare
le cime che trattenevano le scialuppe, s’immerse alla profondità
di 60 metri. Quando dopo molte ore riemerse trasmise il seguente messaggio
al suo comando: “HARTENSTEIN – STOP – LIBERATOR
AMERICANO CI HA BOMBARDATO CINQUE VOLTE CON QUATTRO LANCE CARICHE NONOSTANTE
BANDIERA CON CROCE ROSSA DI 4 METRI QUADRATI – STOP – ALTEZZA ERA DI SESSANTA
METRI – STOP – I DUE PERISCOPI DANNEGGIATI – STOP – INTERRUZIONE SALVATAGGIO
– STOP – TUTTI SGOMBRATI DAL PONTE – STOP – VADO A OVEST PER RIPARARE -
HARTENSTEIN.
Il 17 settembre, alle 12.22, anche l’
U-506
venne attaccato da un idrovolante che sganciò tre bombe sebbene il
sottomarino, con i suoi 142 passeggeri a bordo, si fosse già immerso
avendolo scorto in tempo.

Nel frattempo anche il Cappellini aveva raggiunto
la zona. Il mattino del 16 incontrò la prima scialuppa con 50 inglesi
ben provvisti di acqua e viveri. Due ore dopo un’altra con uomini
donne e bambini inglesi che rifornì di acqua e viveri. Nel pomeriggio
incontrò finalmente delle scialuppe con a bordo degli italiani: “..si
possono sentire sempre più distinte le invocazioni di soccorso: in
milanese, in napoletano, in siciliano. Tutto intorno galleggiano cadaveri
profondamente dilaniati dai denti degli squali. Altri hanno le mani staccate
come con un colpo d’ascia”
(Trizzino, op.cit.).
Le scialuppe erano quelle dei naufraghi che erano stati salvati da Hartenstein
che, dopo l’attacco americano, era stato costretto da un ordine di
Dönitz a sbarcare tutti i superstiti che aveva a bordo.
Il
Cappellini, imbarcati sottocoperta 49 italiani
feriti e sistemati sul ponte tutti gli altri naufraghi, cercò per
altri quattro giorni le navi francesi di soccorso, che nel frattempo avevano
già preso a bordo tutti i superstiti che erano stati salvati dagli
U-Boot 506 e 507: più
di 700 inglesi, 373 italiani, e 72 polacchi, che arrivarono a Dakar il 27
settembre. Finalmente, alle 8 di domenica 20 settembre, il Cappellini s’incontrò
con il
Dumont d’Urville del capitano Madelin,
a cui consegnò 42 italiani e 19 inglesi. Altri 7 italiani e 2 inglesi
rimasero a bordo e seguirono il
Cappellini fino
a Bordeaux, sede della base navale italiana nell’Atlantico ‘
Betasom’.
Altri naufraghi del
Laconia, un centinaio di sfortunati
che avevano trovato rifugio su due canotti, raggiunsero la costa dell’Africa
solo dopo diverse settimane in mare. Solo sei di essi erano rimasti in vita.

Tra tutte le fonti consultate è possibile stimare il numero totale
dei morti della Laconia tra i 1600 ed i 1700. L’unica cosa certa è
che nemmeno un terzo dei 1800 prigionieri di guerra imbarcati a Suez si
salvò dal naufragio, mentre le perdite inglesi furono minime: “Morti:
1350 italiani su 1800, contro 11 inglesi su 811
”, secondo
Trizzino che cita fonti ufficiali. Un sito polacco sui disastri navali della
seconda guerra mondiale indica un totale di 1649 morti, di cui 31 polacchi
su 103 imbarcati.

EPILOGO
L’attacco americano all’
U-156 impegnato
nel salvataggio dei naufraghi della
Laconia ebbe
una conseguenza che si protrasse per tutta la durata del conflitto. Da allora
in poi, infatti, Dönitz ordinò ai suoi sommergibili di non occuparsi
più dei naufraghi delle navi affondate. Una decisione che sarebbe
diventata un campo di imputazione contro di lui al processo di Norimberga.
Pochi mesi dopo aver salvato i naufraghi della
Laconia,
il generoso comandante dell’
U-156 ed il
suo equipaggio venivano a loro volta affondati al largo delle isole Barbados
l’8 marzo del 1943. Nessuno di essi si salvò.
Il sottomarino italiano
Cappellini ebbe una vicenda
molto avventurosa. Trasformato in ‘sommergibile da trasporto’
l’11 maggio del 1943 salpò da Bordeaux per il Giappone, con
un carico di tonnellate di metalli destinati dalla Germania al lontano alleato
orientale. Il 9 luglio raggiunse Saipang (o Sabang) e fu qui che si trovava
quando a Tokio arrivò la notizia dell’armistizio italiano dell’8
settembre. Il
Cappellini, comandato dal capitano
di corvetta Walter Auconi, era pronto per il rientro in Europa e, sebbene
parte dell’equipaggio avesse manifestato di voler continuare a combattere
a fianco della Germania e del Giappone, l’ammiraglio Hiroaka fece trasferire
il sottomarino a Singapore sotto scorta nipponica e qui fece arrestare tutti
i marinai italiani internandoli in un campo di prigionia.

Successivamente i giapponesi cedettero il Cappellini
ai tedeschi che lo ribattezzarono
U-IT-24 (U-Boot
Italiano) e, con un equipaggio misto italo-tedesco al comando dell’Oberliutenent
Heinrich Pahls, fu incorporato nella Krigsmarine portando a termine sei
successive missioni. Quando a sua volta anche la Germania firmò l’armistizio
con gli alleati il
Cappellini entrò ufficialmente
nella flotta imperiale giapponese con la sigla di
I-503
e continuò ad operare fino al termine del conflitto. Dopo la resa
del Giappone gli americani lo trovarono ancorato nel porto di Kobe insieme
ad un altro sommergibile italiano, il
Torelli,
anch’esso incorporato prima nella marina tedesca e poi in quella giapponese.
Oramai inutilizzabile il
Cappellini venne infine
autoaffondato dagli americani a largo di Kobe il 16 aprile del 1946.

Dell’affondamento della Laconia si tornò
a parlare il 9 maggio del 1946 al processo di Norimberga quando
gli alleati processarono Dönitz per crimini di guerra. L’ammiraglio
tedesco, che al termine del processo venne condannato a 15 anni di carcere,
si difese proprio con quei documenti che oggi rappresentano le prove della
tragedia della
Laconia.
L’attacco del Liberator all’U-156 venne ammesso dagli americani
solo molti anni dopo la fine della guerra.
Non risulta che dopo il conflitto il governo italiano abbia mai indagato
o richiesto informazioni sulle circostanze che portarono alla morte dei
1400 prigionieri di guerra italiani imbarcati sulla Laconia.


Andrea David Quinzi
Chi fosse interessato ad approfondire la triste vicenda della Laconia può
consultare i seguenti titoli:
Sopra di noi l’Oceano”, di Antonino Trizzino, Longanesi, Milano,
1968
“Hitler’s U-Boat War-The Hunted, 1942-1945”, di Clay Blair, Random
House, New York, 1998
“Prigionieri dell’oceano”, di Donatello Bellomo, Sperling&Kupfer,
Milano, 2002

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